I PROFUMI DEI CINEMA E DELLE CARTOLERIE

Pregiatissimo dottor Lussana, mi chiamo Mirca Stefanini e volevo esprimerle alcune impressioni in merito al suo articolo «Il profumo della cultura». Premetto che non sono una lettrice del quotidiano per il quale scrive e che mi è capitato in mano per caso, ma essendo una persona che ama leggere, informarsi, ma ha dapprima incuriosito, poi quasi «rapito» la risposta che dava in merito alla scomparsa della cultura «vera» nel senso di «verace» e «stradaiola» (si dirà così?)
Ebbene il suo articolo mi ha fatto tornare bambina - figlia di operai - che si potevano permettere il cinema domenicale qualche volta e naturalmente vicino a casa: l'Italia di piazza Tommaseo, il Pittaluga di corso Buenos Aires, l'Aurora di via Cecchi, i Mutilati di corso Aurelio Saffi (lì solo film di «cappa e spada») o il parrocchiale della chiesa del Rimedio in piazza Alimonda. Ci andavo quasi sempre con mia madre, però che festa quando veniva anche mio padre e saltava la partita a boccette o a scopone nel bar di via Trebisonda.
Al cinema non si sentiva volare una mosca, l'unico fastidio era il fumo, ma paragonato al suono dei telefonini, al fruscio di apertura di pacchetti di patatine e il relativo masticamento, all'odore e sgranocchiamento di popcorn (perché ci deve essere tutto questo durante un film??) beh, anche per una fumatrice...molto meglio quello un po' nocivo ma almeno silenzioso. Era il film ad essere gustato...non altro!!! E le librerie...proprio come quelle dei film «C'è posta per te», «Notting Hill», ove chi gestiva o chi ti vendeva il libro, anche quelli regalati per le comunioni, ebbene sapeva tutto sul libro richiesto, te lo raccontava «a colori» e a volte finivi per acquistarne un altro, ormai dell'altro sapevi già tutto.
Erano così anche le mie cartolaie di via Carlo Barabino, un po' burbere ma consigliavano sempre i colori, i fogli da disegno, i pennarelli, magari anche meno costosi per i lavori che ci venivano richiesti a scuola.
Grazie dottor Lussana, Lei mi ha fatto tornare indietro di qualche anno, quando in piazza Palermo, noi ragazzini avevamo le nostre panchine, sì quelle nostre (12/14 anni) per i nostri discorsi, i nostri sogni e le panchine tanto invidiate «quelle dei grandi» (15/17 anni) con i loro discorsi da grandi. Poi c'erano quelle delle nostre mamme che sferruzzavano a maglia passando i pomeriggi a parlare del più e del meno: con un'occhiata a noi ogni tanto, attente però a non far cadare i punti dai ferri da maglia.
E poi l'ora del ghiacciolo (gara a trovare lo stecco ocn scritto «hai vinto»).
Grazie dottor Lussana per la lacrima che sta scendendo: pensa che potrebbe essere definita «cultura» o forse solo un po'di nostalgia?