I protagonisti La passerella degli ipocriti: Cuba e Libia insegnano i diritti umani

L’ambasciatrice libica che toglie la parola alla vittima delle torture o il rappresentante cubano che a suo tempo si era rifiutato di condannare Saddam quando «gasava» i curdi. Per non parlare dei sudanesi che lavorano dietro le quinte contro i tribunali delle stesse Nazioni Unite e il presidente di un’organizzazione non governativa palestinese accusato di collegamento con i terroristi. Durban II è un festival di gaffe, ipocrisie e personaggi impresentabili. Una conferenza dominata da paesi che fanno a pugni con i principi di libertà e diritti umani.
Najjat al Hajjaji è la belloccia ambasciatrice libica, con un filo di trucco e senza velo, che presiede il Comitato preparatorio del vertice sul razzismo. Venerdì scorso, mentre si rappezzava all’ultimo minuto la bozza del testo finale della conferenza, ha superato se stessa. Durante le testimonianze di violazioni dei diritti umani ha preso la parola il medico palestinese Ashraf Ahmed El-Hojouj. Il poveretto era stato torturato, condannato a morte e sbattuto in una galera libica per anni assieme a cinque infermiere libiche con l’infondata accusa di aver infettato dei bimbi con l’Aids. I malcapitati erano il capro espiatorio che copriva le mancanze della sanità locale. Dopo anni sono stati liberati in cambio dell’intervento, anche finanziario, europeo. Lo stesso figlio del colonnello Gheddafi aveva fatto capire che erano innocenti. L’ambasciatrice al Hajjaji, invece, ha subito provato a togliere la parola alla povera vittima. Il poveretto seviziato dagli sgherri libici ha cercato ogni volta di riprendere il discorso. Alla terza interruzione e con l’accusa di «uscire dal tema» (i diritti umani) l’ambasciatrice ha passato la parola nientemeno che al delegato libico censurando la denuncia.
Presidente del Consiglio per i diritti umani, uno delle costole dell’Onu, che di più si è battuta per Durban II, è invece dallo scorso anno il cubano Miguel Alfonso Martinez. Un campione dei diritti umani: fin dal 1988 era riuscito a boicottare una mozione di condanna contro Saddam Hussein che aveva appena sterminato col gas 5mila curdi a Halabja. Non a caso soprattutto i rappresentanti cubani si sono battuti per limare il più possibile i riferimenti nel testo finale all’inalienabile «libertà di espressione e opinione». La Siria ha invece spalleggiato l’Iran che voleva togliere del tutto la condanna dello sterminio degli ebrei. Il delegato di Damasco ha fatto presente che «non è chiaro quale sia l’esatto numero di ebrei uccisi nell'Olocausto».
Un ruolo discreto, ma altrettanto sporco, lo ha giocato il Sudan. Omar al Bashir, presidente del Paese, è rincorso da un mandato di cattura internazionale della Corte penale, istituita dall’Onu, per i crimini di guerra in Darfur. Nonostante l’imbarazzante situazione è un ministro sudanese, Abdalmahmood Abdalhaleem Mohamad, che presiede da gennaio il potente Gruppo 77. Si tratta di un cartello di paesi del sud del mondo, che influenza pesantemente l’assemblea dell’Onu. I sudanesi sono riusciti a far cancellare il nome della Corte penale sulla bozza della Conferenza di Ginevra. Alla fine è rimasto solo un riferimento generico ai tribunali internazionali. Non basta. Le iscrizioni alla Conferenza delle organizzazioni non governative ebraiche casi sono state in qualche caso respinte. La palestinese Al Haq, invece, non ha avuto problemi. Peccato che il suo capoccia, Shawan Jabarin, sia sulla lista nera degli israeliani come “veterano” del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, considerata da molti un’organizzazione terroristica.