I pugni in tasca e le tasche vuote

Faraji vive con il fratello a un paio di isolati dalla palestra, in una stanza nel retro di un supermercato, con una sola finestra dalla quale la Genova che si può ammirare è fatta di capannoni industriali, edifici abbandonati e distrutti come dopo un bombardamento, magazzini dell’Ikea, palazzi che sembrano di cartone. Il mare non si vede, l’aria puzza.
«Vivo qui da due mesi e mi sembra un bel posto», mi dice. Ha vissuto a Roma e a Napoli e lavora in questa palestra da qualche settimana. Ha lasciato il Camerun quando aveva quindici anni. È un peso leggero, non molto alto, il naso è spaccato in diversi punti. Ha solo diciannove anni ma ha combattuto più di quaranta volte. «Ha l’esperienza di un trentenne», mi dice la persona che lo segue negli allenamenti, «ed è cattivo». Sul ring? «Non solo». Lo guardo allenarsi e lavorare al sacco. È veloce e preciso, ed effettivamente si muove come un pugile di dieci anni più anziano. «Il problema è trovare qualcuno con cui farlo allenare», mi dice il proprietario della palestra, «ieri ha aperto un sopracciglio a uno dei nostri professionisti».
Alcuni pugili perdono il controllo. Dimenticano la paura. E questo è un bel problema, perché la paura ti fa rimanere lucido, ti permette di tirare avanti schivando i colpi. Forse Faraji non durerà molto. Ma intanto ha solo diciannove anni e presto lo faranno combattere. Saranno incontri da tre round sui quali a volte si scommette, sponsorizzati dalla carrozzeria del quartiere e da qualche altro improbabile filantropo. Faraji colpisce il sacco da vicino, sfiorandolo con i gomiti, tenendo le punte degli stivaletti quasi sotto il sacco e la testa protesa in avanti. Capisco perché i suoi compagni preferiscono lasciarlo lavorare da solo. «Perfino Petrit preferisce allenarsi con qualcun altro», mi dice l’allenatore.
Petrit Djanì è il pugile più forte tra quelli che si allenano qui. In Albania, nell’accademia dell’educazione fisica e dello sport di Tirana, il suo nome è scritto tra gli sportivi che hanno dato lustro alla città. «Non so fare altro che questo», mi dice Petrit. «Ho vinto tutti gli incontri che ho fatto». Come sei arrivato qui? gli chiedo. Sorride e abbassa lo sguardo. «Con mio padre e mia sorella», mi risponde. Sì, ma come? «Pagando». Petrit lavora in un cantiere, si occupa di tetti. Srotola strisce di carta catramata, si carica sulle spalle decine di chili di detriti. Fa un lavoro che nessuno vuole fare. Il padre non esce mai di casa. La sorella si occupa della spesa, di fare da mangiare e tenere in ordine le cose. E lui sta facendo un lavoro che finirà per spezzargli la schiena e rovinargli le mani, costringendolo prima o poi a lasciar perdere la boxe.
«In Albania studiavo e combattevo. La boxe era già un lavoro». Ha i capelli neri, il viso squadrato, lo sguardo pungente, come se qualcosa potesse sorprenderlo e lui fosse in ogni momento pronto a difendersi, come se ogni cosa fosse una minaccia, anche le mie domande. Il fisico è asciutto, bianco come il latte. «Eravamo tutti convinti che qui sarebbe stato più facile». E invece? «Invece qui in Italia la boxe non viene considerata un lavoro. Cioè, devi lavorare e poi fare la boxe. Tutta la mia famiglia aspetta che io diventi professionista e che riesca a guadagnare. Ci sembrava una cosa normale».
All’improvviso il suo volto mi sembra il volto di un uomo vecchissimo, segnato, vinto. Poi sorride e i suoi diciannove anni tornano a dargli colore al viso, la sua timidezza lo riporta a essere poco più che un adolescente. E pensare che se vi capitasse di incrociarlo su un marciapiede non lo notereste neppure. Lo confondereste con migliaia di altri albanesi che hanno creduto a questo ipocrita, pericoloso e catodico Sogno Italiano. Ma se lo vedete allenarsi non potete smettere di guardarlo. E non presterete più attenzione a ciò che lo circonda. Petrit mentre lavora al sacco, fa esercizi sui tappeti o anche semplicemente gira le fasce sui polsi o piega la tuta prima di riporla nella sacca, sta testimoniando qualcosa di vero, profondo, forse non chiaro del tutto neppure a lui. I sacchi che penzolano dai ganci, il ring da allenamento con le corde allentate, le spalliere fissate alle pareti come nella palestra di una vecchia scuola, le panche per i massaggi di legno verniciato, tutto un poco alla volta scompare e i suoi movimenti, il suo talento, diventano l’unica cosa che conta.
Bruno Arcari lo ha visto combattere ed è rimasto impressionato dalla sua velocità e dalla sua potenza. Può diventare un campione, avrebbe detto l’ex campione del mondo. Ma bisogna affiliarlo alla federazione. È necessario che i suoi documenti siano in regola. E potrebbero volerci mesi, forse un anno. Un anno di carta catramata e tetti da ricoprire. Un anno che potrebbe distruggere tutto.
In posti come questo la boxe smette di essere un’immagine e torna ad essere un luogo in cui i pugili non hanno la faccia d’angelo di Alain Delon in Rocco e i suoi fratelli o la faccia da schiaffi di Jeff Bridges in Fat City. Il ring non è una scena o un set, ma uno spazio astratto in cui si compie un destino tragico e ineluttabile. Qui i pugili non sono duri in cerca di tenerezza come Robert Ryan in Stasera ho vinto anch’io di Wise o divi stagionali di qualche soap. In questo luogo i pugili hanno il volto di Faraji, Petrit Djanì e forse di Bruno Cacciaguerra, che ha diciassette anni ed è nato in questo quartiere.
L’allenatore me lo presenta come una promessa, un giovane di talento. Va a scuola. La madre è terrorizzata dal fatto che il figlio faccia la boxe. Ha paura che muoia. «Gliel’ho spiegato che in proporzione muoiono più altri sportivi che i pugili, ma lei niente. Non ne vuole sapere». Bruno si allena tutti i giorni, da un anno. Ha una ragazza, Monica, che ogni tanto viene in palestra a guardarlo mentre si allena. Monica ha sedici anni, il trucco un po’ pesante e un sorriso malizioso. «Ci piacerebbe avere una casa tutta per noi», mi dice Bruno. Gli faccio notare che sono molto giovani e che in tempi come questi avere una casa è difficile anche per chi ha il doppio dei loro anni. «Combatterò tra due mesi. Qui in palestra».
Questi incontri servono ad aprire la strada ai pugili che organizzatori e allenatori vogliono lanciare. È un modo per infondere coraggio, per dare speranze. E a giovani come Cacciaguerra verranno opposti pugili destinati a perdere. Il luogo della boxe è anche, a volte soprattutto, questo. Giovani senza talento, mediocri, che servono ad aprire la strada a coloro sui quali i manager hanno investito. Ma, e questo sia chiaro, gli investimenti di cui si parla sono poche migliaia di euro, spiccioli a confronto delle cifre che vengono maneggiate in altri sport. E di questi spiccioli solo una minima parte finisce nella borsa degli atleti.
Davis Yawe, mediomassimo ex campione italiano, europeo e internazionale WBC, ha aperto un locale qui a Genova, un ristorante etnico, carino, lui è sempre dietro il banco, tra le foto che lo ritraggono in calzoncini e guantoni e le cinture di campione. Davis è un uomo gentile, delicato. È stato un buon pugile, con carattere e personalità, intelligente sul ring e fuori dal ring. «Se vuoi fare la boxe lascia perdere il denaro», mi ha detto una volta, «un pugile è un pugile. È una cosa semplice. Tutto il resto devi lasciarlo fare ai manager. E come da ogni altra parte sono poi loro a ficcarsi i soldi in tasca». Sì, proprio come da ogni altra parte. Non so se Petrit e i suoi compagni conoscono la storia di Davis. Non so se Petrit e i suoi compagni sanno che il loro destino potrebbe riservargli incontri combinati e magari clandestini, sfruttamento, malavita. Li guardo allenarsi e penso che forse questo non cambierebbe le cose. Che continuerebbero a lavorare al sacco, a sperare di salire presto sul ring.
Ed è forse questo che li rende dei veri pugili. Continuare a fare ciò per cui sentono di essere al mondo, a prescindere da tutto, tragicamente, con passione. Continuando a vivere in un luogo ai margini dove però è possibile testimoniare una nuova visione delle cose.