I puristi dello yoga contro i pirati

Il governo indiano convoca un concilio di 200 guru che, sulla base di 35 testi antichi,restituisca la disciplina alla sua ortodossia. Motivo: in troppi si sono inventati varianti non allineate. E in ballo ci sono 225 miliardi di dollari

Gli occidentali, neanche a dirlo, ne hanno fatto un business. E che business. Lo yoga, disciplina del corpo e della mente nata in India 6000 anni fa, ha generato dalla fine degli anni Sessanta - quando divenne celebre al seguito dal chitarrista dei Beatles George Harrison - un mercato da 225 miliardi di dollari in Gran Bretagna e soprattutto negli Stati Uniti. Merito, anche, della miniera d'oro dei diritti d'autore: ben 150 copyright, oltre 130 brevetti accessori e 2315 marchi di fabbrica che alcuni neo-santoni intraprendenti - compresi molti indiani trapiantati negli States e pienamente integrati nell'american way of life - hanno richiesto a man bassa, rivendicando, per una presunta originalità dei loro metodi rispetto alla tradizione, la consacrazione (e i proventi) della «proprietà intellettuale».

Così la risposta del governo indiano non si è fatta attendere: per combattere i «pirati del brevetto» ha deciso di catalogare l'intera «conoscenza tradizionale» del Paese, posizioni dello yoga in testa, fissandola in una «biblioteca digitale», consultabile dagli uffici copyright di tutto il mondo.

Una sorta di contro-brevetto preventivo, insomma, un po' come era avvenuto per il parmigiano nostrano, ma in questo caso a scopo non tanto (o non solo) economico, quanto culturale. In India, infatti, lo yoga, è rimasto un patrimonio pubblico, una conoscenza comune che i maestri insegnano gratuitamente nei parchi.

All'impegnativa opera di catalogazione è stata quindi dedicata una vera e propria task force: 200 scienziati, guru provenienti da 9 diverse scuole e ad esperti del governo, sulla base si 35 testi antichi - tra cui l'epica l’indù, il Mahabharata e il Bhagwad Gita - sperano, entro il 2009, di aver selezionato e registrato almeno 1500 posizioni, così da codificare l'autentica tradizione dello yoga.

Intanto, però, nel mondo continuano a impazzare la varianti più diverse, in barba a canoni prestabiliti e copyright. Accanto alle classiche versioni ahta e karma si trova infatti di tutto: dal boga, mescolato con la box, allo yogengo, insolita commistione col flamenco; dal power yoga, più incentrato sul movimento, allo laughter-yoga (yoga della risata). Un'infinita gamma di possibilità che nel nostro Paese può contare su numerosi adepti: secondo un sondaggio pubblicato dallo Yoga Journal, la disciplina orientale è praticata da circa 1,2 milioni di persone, e è ritenuta interessante dal 13% di popolazione. «Ma le forme contaminate possono essere pericolose - ammonisce Eros Selvanizza, presidente della Federazione italiana yoga (www.yogaitalia.com) -. È come prendere un libro sacro e poi scegliere delle frasi ad hoc per dire quello che si vuole al di là del testo. Le varianti che sviluppano un aspetto a scapito di un altro, rischiano di disarmonizzare l'individuo: come far crescere una gamba a scapito di un braccio».