I quattro ragazzi sessantenni riscoprono la loro anima blues

Le sedici canzoni hanno un’anima rétro. In «Back of my hand» Jagger fa il crooner. Richards canta in due brani

Cesare G. Romana

da Milano

Vecchi, brutti e cattivi? Certo che sì. E per fortuna. Nessun giovanilismo furbesco, nessun ammiccamento alle mode vigenti, nel nuovo album dei Rolling Stones che, dopo otto anni di silenzio creativo, irromperà sulla scena mondiale il 2 settembre. Presentato ieri, con un mese e una settimana d’anticipo, secondo l’aureo principio che «chi ha tempo non aspetti tempo», il disco s’intitola A bigger bang, con civettuolo riferimento al botto che provocò l’origine dell’universo: scelta forse autoironica e forse non priva di legittimo orgoglio. Ché venne proprio da loro il botto che, all’alba degli anni Sessanta, partorì il rock del futuro: quando i Beatles seducevano i giovani con le loro melodie al lattemiele, e Bob Dylan girava l’Italia in autostop, esibendosi al Folkstudio davanti a una decina di persone.
Fu allora che their satanic majesties, le loro sataniche maestà, sconvolsero milioni di giovani, con la loro musica ineducata, pagana e gagliardamente umorale. Nutrita di sympathy for the devil e di blues, la musica appunto del diavolo. Ora quel botto salutare riecheggia, a suo modo, in questo bigger bang dove gli Stones paiono recuperare la loro anima blues, pochissimo corretta dall’inevitabile saggezza degli anni. Vitalità che debella le leggi della natura, o non, piuttosto, il sigillo della classicità che, come il diavolo, non invecchia mai? Forse entrambe le cose, a giudicare da queste nuove canzoni proposte ieri alla stampa, nel solito clima da controspionaggio, in uno di quei preascolti un po’ carbonari e un po’ surreali, che non giovano all’approfondimento e rendono arduo il mestiere del critico. Ma offrono qualche ghiotto dato di cronaca: per esempio dopo avere polverizzato, nell’ultimo tour, ogni record di incassi, i Cinque ne stanno allestendo uno nuovo, galattico e, stando alle prevendite, trionfale. Con partenza da Boston il 21 agosto, e approdo in Europa tra un anno esatto.
Il disco? Si parte col rhythm and blues, smargiasso e impaziente, di Oh no, not you again, s’approda alle chitarre invasate di Rough justice - molto radio oriented, ma pazienza - e l’avvio è folgorante, si torna alla Londra animosa dei Mayall e dei Korner, nel cui utero nacque l’epopea rollingstoniana. E Mick Jagger canta da dio, come già sapevamo e mai avevamo sentito. Poi, imprevedibilmente, Streets of love sterza verso le sognanti atmosfere di Lady Jane: niente dulcimer né clavicembalo, stavolta, ma le chitarre arpeggiano garbate, la voce di Jagger canta con attonita sensualità, subentra un passionale crescendo e subito Richards lo stempera nel tema grave e lento della chitarra. In Let me down slow il tratteggio è un po’ ovvio, ma basso e batteria scalpitano, e le chitarre ricamano, sincopate e lievi, tenere trine. Preparandoci alle zaffate possenti di It won’t take long, e ai portamenti languidi di Back of my hand: atmosfera anni Cinquanta, Jagger che esordisce da crooner perfetto e prosegue da bluesman sfrontato, il clima è da pub di Soho con fumo che sale e whisky à gogo. Eccola, l’acre teatralità rollingstoniana: reiterata poi in Laugh? I nearly dead, con Jagger in stato di grazia, un po’ Schweick e un po’ Mackie Messer. Cosicché gli si perdona, ai cinque mariuoli, anche una ballatetta a pronta presa come Biggest mistake of my life, facilina e un po’ facilona.
Anche in grazia di Rain fall down, ritmo in levare, clima caraibico, Mick sfrontato come non mai e un riff ossessivo a garantire l’acconcia punteggiatura. O di She saw me coming: ché qui tornano, invitti, i vecchi Stones, con l’antica ruggente vitalità, l’amore per la musica del diavolo, sporca e dannata. Dopo ci sono due brani di Keith Richards, di certo godibili: This place is empty, voce rugginosa su un tema gentile, chitarra intenerita, cori sommessi come velluto. E Infamy: nera, intensa, un’armonica che evoca Dylan e insomma altre storie, magari antiche, di certo gloriose.