I rabbini al Papa: azzerati 50 anni di dialogo

Dura polemica di Elia Enrico Richetti: con Benedetto XVI, la Chiesa sta
cancellando 50 anni di dialogo tra ebraismo e cattolicesimo. Il rabbinato non parteciperà
alla Giornata sull’ebraismo indetta dalla Cei

Roma - Viene dalla somma autorità del cattolicesimo, il Papa, la messa in discussione del dialogo con l’ebraismo. A sostenerlo, con parole pesanti come pietre, scritte nero su bianco in un intervento ospitato dalla rivista dei gesuiti, Popoli, è il rabbino capo di Venezia, Elia Enrico Richetti. Nell’intervento, nel quale si dà conto, a nome del Rabbinato d’Italia, dell’attuale crisi nei rapporti ebraico-cattolici in Italia, Richetti spiega che secondo Benedetto XVI "il dialogo è inutile perchè in ogni caso va testimoniata la superiorità della fede cristiana" e in tal modo si va verso "la cancellazione degli ultimi cinquant’anni di storia della Chiesa".

Il duro attacco dei rabbini "In quest’ottica, l’interruzione della collaborazione tra ebraismo italiano e Chiesa è la logica conseguenza del pensiero ecclesiastico espresso dalla sua somma autorità". E sì che l’intervento del rabbino è preceduto da poche righe in cui Popoli spiega: "Il primo passo per un dialogo autentico è mettersi in ascolto delle ragioni dell’altro". D’altro canto, oggetto dell’articolo è proprio la rinuncia ebraica alla partecipazione alla giornata dell’ebraismo che si celebra ogni anno il 17 gennaio. All’origine della crisi interreligiosa il ritorno della messa in latino secondo il messale di San Pio V nel quale si invoca la conversione degli ebrei alla verità cristiana. Una preghiera che in passato aveva peraltro una formulazione ingiuriosa, quella dei "perfidi giudei", poi modificata da Benedetto XVI nel liberalizzare l’antico rito. La scelta compiuta dall’assemblea dei rabbini d’Italia, si legge nell’intervento, "è la logica conseguenza di un momento particolare che sta vivendo il dialogo interconfessionale oggi, momento i cui segni hanno cominciato a manifestarsi quando il Papa, liberalizzando la messa in latino, ha indicato nel Messale tridentino il modulo da seguire".

La preghiera del Venerdì Santo "In quella formulazione - scrive il rabbino Richetti - nelle preghiere del Venerdì Santo è contenuta una preghiera che auspica la conversione degli ebrei alla verità della Chiesa e alla fede nel ruolo salvifico di Gesù". "A onor del vero, quella preghiera - prosegue il testo - che nella prima formulazione definiva gli ebrei 'perfidi', ossia 'fuori dalla fede' e ciechi, era già stata 'saltata' (ma mai abolita) da Giovanni XXIII. Benedetto XVI l’ha espurgata dai termini più offensivi e l’ha reintrodotta". Da questo momento in poi, afferma il rabbino, la parte ebraica si è presa una pausa di riflessione nel dialogo con la Chiesa cattolica e si è avviata una fase di contatti e tentativi di mediazione. "Purtroppo - afferma il rabbino capo di Venezia - i risultati si sono dimostrati deludenti. Si sono registrate reazioni 'offese' da parte di alte gerarchie vaticane: 'Come si permettono gli ebrei di giudicare in che modo un cristiano deve pregare? Forse che la Chiesa si permette di espungere dal rituale delle preghiere ebraiche alcune espressioni che possono essere interpretate come anticristiane?'". Ancora, si rileva che non è mai arrivata una risposta ufficiale della Conferenza episcopale italiana. Altri prelati hanno affermato, spiega Richetti, che "la speranza espressa dalla preghiera 'Pro Judaeis' è 'puramente escatologica', è una speranza relativa alla ’fine dei tempì e non invita a fare proselitismo attivo (peraltro già vietato da Paolo VI)".

Un dialogo incrinato Proprio da qui prende spunto il rabbino per un giudizio estremamente severo: "Queste risposte non hanno affatto accontentato il Rabbinato italiano. Se io ritengo, sia pure in chiave escatologica, che il mio vicino debba diventare come me per essere degno di salvezza, non rispetto la sua identità". "Non si tratta, quindi - ha aggiunto - di ipersensibilità: si tratta del più banale senso del rispetto dovuto all’altro come creatura di Dio. Se a ciò aggiungiamo le più recenti prese di posizione del Papa in merito al dialogo, definito inutile perchè in ogni caso va testimoniata la superiorità della fede cristiana, è evidente che stiamo andando verso la cancellazione degli ultimi cinquant’anni di storia della Chiesa. In quest’ottica, l’interruzione della collaborazione tra ebraismo italiano e Chiesa è la logica conseguenza del pensiero ecclesiastico espresso dalla sua somma autorità". "Dialogare - conclude il rabbino - vuol dire rispettare ognuno il diritto dell’altro ad essere se stesso, cogliere la possibilità di imparare qualcosa dalla sensibilità dell’altro, qualcosa che mi può arricchire. Quando l’idea di dialogo come rispetto (non come sincretismo e non come prevaricazione) sarà ripristinata, i rabbini italiani saranno sempre pronti a svolgere il ruolo che hanno svolto negli ultimi cinquant’anni".