I racconti di Clerici irridenti pallonetti al senso della vita

Quando a metà della conversazione Gianni Clerici dice di essere «uno senza religione», verrebbe da rispondergli che lui una religione l’ha avuta nel tennis, nella sacra icona in legno e corde intrecciate, nostra signora della racchetta. Una ipotesi che si rafforza passando dal Clerici giornalista sportivo al Clerici scrittore, uniti dalla medesima ariosità letteraria, da un’eleganza senza tempo che ricorda il tennis dei «gesti bianchi» e la scrittura dei grandi.
Valga come conferma il recente libro di racconti uscito da Rizzoli, Zoo (pagg. 534, euro 16,50): appena tra le righe compare una racchetta o un campo da tennis, la pagina avvampa e la mente del lettore subisce la curvatura tipica del godimento, come una pallina che, scagliata nell’aria dal diritto di un campione, si fa «ellittica per l’effetto» mentre corre verso l’incrocio delle righe. Punto. Bellissimo. Sono racconti diversi tra loro - alcuni toccano note dolenti, mescolando pennellate di horror, altri sono attraversati da un’irresistibile vis comica. Il tennis magari c’entra poco o nulla, eppure c’è spesso un frammento dell’amato gioco che s’intrufola nelle storie e produce l’effetto estatico di cui sopra. Del resto basta scorrere un precedente titolo, Alassio 1939, per rendersi conto di cosa succede quando Clerici, il tennis e la letteratura danzano stretti stretti. Un romanzo passato in sordina, così come le poesie di Postumo in vita che gli sono valse l’approvazione di Attilio Bertolucci e Giovanni Raboni, ma che solo l’editore Sartorio di Pavia ha voluto stampare nel 2005, o come le opere teatrali mai rappresentate - una vecchia satira su Fidel Castro, scritta a quattro mani con Gianni Brera, si capisce perché trovò l’oblio. L’ultima pièce, su Mussolini, attende di essere rappresentata al Franco Parenti di Milano (ma lo sarà mai?).
Scarsa fortuna critica, quindi, anche se Clerici può ben consolarsi con l’amore dei suoi lettori e ammiratori e con il best-seller mondiale 500 anni di tennis (Mondadori), librone tradotto in sei lingue e considerato una sorta di testo definitivo del gioco. Al successo di pubblico corrisponde quasi sempre un ambiente letterario diffidente, forse perché, nel caso di Clerici, si è di fronte a un signore che è troppo giornalista sportivo all’occhio dei conformisti («trovati uno pseudonimo per scrivere romanzi o ti massacreranno» gli suggerì, invano, Giorgio Bassani), o forse perché troppo libero per un Paese che vive di recinti intellettuali. Clerici stesso racconta di quando prese il treno Milano-Palermo su invito del Gruppo 63 e a Bologna era già sceso. «Mi era passata la voglia» ripete.
Questo starsene aristocraticamente ai margini del mondo editoriale sembra avere a che fare con la passione per la storia delle religioni, per l’opera di Aldous Huxley ed Elémire Zolla, e c’entra probabilmente la frequentazione giovanile di ambienti teosofici. È un aspetto poco noto di Clerici, la cui figura si vorrebbe esaurire nelle frivolezze (supposte) dello sport. Eppure con Gil De Kermadec e Torben Ulrich, due ex tennisti del circuito professionista, aveva deciso di fondare una sorta di abbazia di Thelème su un’isoletta greca. «Vi avremmo costruito con le nostre mani un campo da tennis a cui era possibile accedere dopo una serie di iniziazioni» racconta. Thelème rimase un’idea, e tuttavia conferma che al tennis può essere attribuita una prospettiva diversa da quella di un semplice gioco.
E poi dice di un Clerici che comparando i libri dei morti delle tradizioni azteca, egiziana e tibetana scopre concordanze sorprendenti: «Affermano tutti la stessa cosa, che l’anima va incontro a un periodo post-mortem di circa 16 giorni in cui rivede i fatti principali della vita, una specie di tribunale della valle di Giosafat che prende luogo interiormente». E poi? «E poi se sei Buddha lasci il ciclo delle incarnazioni, se sei Clerici devi tornare. Spero solo di riapparire sotto forma di cane, razza Leonberger, se possibile». In fondo è sempre professore ordinario di Classe e Ironia (Università di Pavia) e quindi se proprio si deve parlare di morte con uno che ha calcato i campi di Wimbledon ed è stato accolto nella Hall of Fame di Newport, fra gli immortali del tennis, facciamolo per gioco, immaginando un epitaffio ad hoc per lo Scriba, come ama definirsi lui. Potrebbero essere i versi finali di una sua poesia: «Ascolto il mio respiro/ ripenso alla mia vita/ fallita/ Ma ci vuole pazienza/ Almeno la bellezza/ l’ho capita»? No, forse è meglio il suggerimento del maestro Sweet, ai tempi del Tennis Club Alassio: «Guardare solo la palla. Il resto è maionese».