I racconti

Se non fosse stata così perfezionista, così maniacalmente amante dell’ordine, sarebbe ancora viva. Ma era perfezionista. Era ossessivamente amante dell’ordine. La prima volta - l’avevo sorpresa mentre stirava per la quindicesima volta una mia redingote - se l’era cavata con un paio di graffi che le avevano lasciato il volto segnato per sempre. Mi illudevo che sarebbe bastato per levarmela di torno. Ma lei tornò a visitarmi ogni giorno in carcere, tornò per ogni sacrosanto giorno, per otto lunghissimi anni. Rassettava la cella sotto gli occhi stupiti dei secondini. Portava sempre biancheria fresca e fette di pane perfettamente simmetriche. Era diventata una figura popolare, nel carcere. Non ci fu mai giorno in cui il Direttore non sfoggiasse, per intenderci, giacche perfettamente in ordine. Dopo la liberazione, tornai a vivere con lei. E l’incubo riprese forma. Non c’era niente da fare. Il suo senso dell’ordine era assolutamente metafisico. Faceva esplodere, per contrasto, i miei umani limiti. Non mi restava altro da fare che spiccarle la testa dal busto. Fu quello che feci. Non riuscirò mai a dimenticare non tanto la sua espressione, niente affatto stupita, quanto le sue ultime parole: quella camicia che indossi, quella camicia bianca, l’ho appena candeggiata, ti si macchierà tutta di sangue...

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Povero principe, così nobile, bello, elegante e soprattutto azzurro! Credeva nelle fiabe, povero caro ingenuo, e quando mi vide, piccola, gentile, sorridente e sporca, quando vide che la scarpina calzava a perfezione, decise di fare di me la sua principessa. Erano anni che sognavo quel momento. Si può dire che fossi stata allevata per questo unico, preciso scopo! Quando gli dissi che forse la scarpina m’era scivolata in fondo al pozzo, si sporse, premuroso, per controllare. Spingerlo in quelle fredde acque nere fu uno scherzo. Quando lo ripescarono, stringeva ancora fra le diafane dita la scarpina. Fu allora che le sorellastre si misero a urlare, e, maledette loro, si pentirono, e rivelarono il piano comune.

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Facevo teatro da trent’anni. Non ero diventato ricco, ma nemmeno morivo di fame. Finché la crisi non mi fece ritrovare letteralmente coperto di debiti. Fu allora che lessi l’articolo di quel famoso critico e scrittore che esortava a tagliare i fondi al teatro per devolverli alla televisione. Chissà se, mentre gli sostituivo il cranio con un tubo catodico, coglieva l’esemplare metafora.

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Era il più famoso tagliatore di teste dell’alta finanza. Entrai nel suo ufficio alle 17.25 e ne uscii un quarto d’ora dopo. Con la sua testa sottobraccio.

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Da qualche giorno ero triste e insoddisfatto. Chiesi aiuto. La Voce che usciva dal termosifone mi spiegò che il mio peggior nemico era il ragionier Carletti, del terzo piano. Oltre a rendermi la vita impossibile, aveva anche partecipato all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e all’11 settembre. La Voce aveva prove irrefutabili del suo coinvolgimento. Agii. La situazione non migliorò. Mi sentivo sempre più triste e insoddisfatto. La Voce tornò a farsi sentire. Disse che si era sbagliata. Il vero peggior nemico non era Carletti, pace all’anima sua, ma la vedova Morganti, quella dell’attico. Con le sue arti venefiche, fra le altre cose, aveva provocato la morte di due papi. Agii. Ma la pace non tornava. Bussai al termosifone. La Voce disse che avevo un solo, autentico nemico: me stesso. Sfondai il termosifone. L’infelicità prese il sopravvento. Pensai persino di lasciami morire. Qualche giorno fa è venuto ad abitare nel palazzo un nuovo inquilino. Si chiama Desantis, e non mi piace il modo in cui trascina i piedi quando sale le scale, e ancor meno mi piace il sorriso untuoso con il quale si fa da parte per lasciarmi passare, quando c’incontriamo davanti all’ascensore. Ho telefonato a un tecnico. Da un momento all’altro verrà a installare un nuovo termosifone.
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Il processo era filato perfettamente liscio. Con la mia abilità oratoria, da tutti riconosciuta, ero riuscito a farla bere in pieno a quei mentecatti dei giudici. La Corte stava per ritirarsi in camera di consiglio - di lì a poco ci sarebbe stata la sentenza, sicuramente di assoluzione - quando il Presidente chiese al mio cliente se aveva dichiarazioni da fare. Come potevo immaginare che, nottetempo, quell’idiota si fosse fatto assalire dagli scrupoli? Confessò. Con poche, concitate e commoventi parole, distrusse la mia opera perfetta. La Corte oscillava fra l’incredulità e il riso. La mia brillante carriera era distrutta. Il Presidente mi rivolse un’occhiata interrogativa: avvocato? Ha qualcosa da aggiungere? Presi il fermacarte e spaccai la testa del reo confesso. Dopo tutto, il suo Paradiso se l’era meritato: perché ritardare il momento della giusta ricompensa?

Sono editor di una grande casa editrice, e questo significa che di libri me ne intendo. So distinguere i libri buoni da quelli cattivi, gli scrittori dagli scribacchini. E, credetemi, lui era davvero uno scribacchino di infima categoria. Mi toccò dirglielo, poveretto. Fargli notare quanto i suoi personaggi fossero inverosimili e la prosa lambiccata. Anche la grammatica, insomma, lasciava molto a desiderare. Lui se ne ebbe a male. Rimase lì sulla porta del mio ufficio con il manoscritto in mano a gridare. Mi rivolgerò alla concorrenza, diceva. Lei si pentirà di avermi respinto. Io gli risi in faccia. Ero certo che nessuno, proprio nessuno, avrebbe preso in considerazione quella spazzatura. Già a leggerla ci voleva del coraggio, e a pubblicarla, poi... Mi sbagliavo. Lo pubblicarono ed ebbe un successo enorme. Vinse anche il premio più importante della critica letteraria.
Fu in quel giorno che lo aspettai sotto casa, mentre rientrava con il trofeo dorato sotto il braccio. Gli tolsi a bastonate l’espressione di trionfo dal viso. Lo uccisi, è vero, ma non lo chiamerei assassinio. Fu piuttosto una correzione di bozze.

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Mi hanno bocciato tre volte alla patente, e alla fine ho rinunciato. Così, prendo il taxi, ma non lo amo. Penso sempre alle persone che si sono sedute a bordo prima di me, che hanno toccato i sedili con le mani sporche, che hanno sfregato il collo unto sui poggiatesta. E poi i tassisti... sembra sempre che ti facciano un piacere a portarti a spasso, come se fosse gratis, per pura bontà d’animo. E il tassista di quel giorno... Teneva la radio a tutto volume, su uno di quei programmi che parlano di calcio. Io lo supplicai di spegnere, o di cambiare canale. Ma lui niente, fingeva di non sentirmi. Continuava ad annuire ogni volta che il conduttore sputava una scemenza. E il gol non c’era, e il rigore non doveva essere assegnato. E lui faceva sì con la testa. Sì sì sì, come se quello, dall’altra parte, lo potesse vedere.
Aveva un collo grosso come quello di un bue, ci misi cinque minuti buoni a strangolarlo.
Sandrone Dazieri