I raid Cinque anni di pestaggi ed esecuzioni

«Non avevamo saputo che la guerra era finita e continuammo a combattere». Molto semplicemente è questa la giustificazione usata da Giulio Paggio, detto «Alvaro» e dai suoi uomini, per difendersi dalle accuse del processo che si tenne nel 1951 contro i crimini della volante rossa.
Omicidi, pestaggi, intimidazioni ai danni di dirigenti industriali e politici. L'attività della «volante rossa» dal 25 aprile 1945 al 1949 non era molto diversa da quella di una banda di criminali comuni. Con tanto di bandiera e divisa. Gli appartenenti alla Volante, infatti, avevano comprato uno stock di giubbotti da aviatore americani usati e li sfoggiavano con orgoglio alle sfilate del 25 aprile. Il loro obiettivo era eliminare gli ex fascisti e preparare il terreno per la rivoluzione comunista.
A farne le spese sono stati personaggi che poco o niente hanno avuto a che fare col fascismo come il figlio di un ex maresciallo dei carabinieri ucciso per una vendetta trasversale. Oppure come il generale Ferruccio Gatti, responsabile milanese dell'M.S.I., picchiato a morte.
Quando non arrivavano a uccidere, quelli della Volante Rossa si dedicavano ad azioni dimostrative ai danni di dirigenti industriali per convincerli ad accettare alcune istanze sindacali e a semplici pestaggi.