Ma i raid non bastano: senza un'invasione Gheddafi resta al potere

I primi missili, costati 100 milioni di dollari, hanno quasi azzerato
aviazione e contraerea ma per abbattere il regime libico la "No fly
zone" non può bastare

La porta è stata scardinata. Lo Iads, l’Integrated air defense system, di Gheddafi non esiste più e dopo i primi attacchi il Colonnello non è più in grado di creare problemi agli aerei dei Paesi della Nato. Nonostante questo, però il raìs potrebbe restare al potere... a oltranza.

Al costo di quasi 100 milioni di dollari, batterie contraeree, radar e centri di comando e comunicazione sono stati zittiti con i missili Tomahawk lanciati da navi e sottomarini. Colpite anche le installazioni che ospitavano alcuni reparti di élite. E ora restano sono poche batterie missilistiche antiaeree mobili con missili SA-6 Gainful nonché i missili leggeri spalleggiabili. Pericolosi ma gestibili.

Quindi, la No fly zone è diventata operativa. L’obbiettivo dovrebbe essere creare due o più probabilmente tre «orbite», grandi circuiti a forma di 8 oppure circolari con un diametro di decine di chilometri, dove volano a media-alta quota tre o quattro coppie di caccia, che effettuano una Cap (Combat Air Patrol), ovvero un pattugliamento di combattimento aereo. In caso di attività aerea nemica, la coppia di caccia più vicina accelera, va ad intercettare, identificare e, a seconda delle regole di ingaggio, abbattere il nemico. Con caccia moderni come il nostro Typhoon l’ingaggio può venire condotto anche da distanze di decine di chilometri, lanciando missili a guida radar Amraam su un bersaglio che si vede solo sullo schermo del radar. Una No fly zone completa richiederebbe almeno 50 aerei da caccia, con corredo di aerei cisterna, comando, soppressione difese aeree. Nel complesso un centinaio di velivoli o più. Ma gli attacchi preliminari includevano operazioni di controaviazione offensiva, probabilmente condotti da decine di chilometri di distanza da superbombardieri Stealth B-2: in parole povere, attacchi contro gli aerei e gli aeroporti militari dove era concentrata l’aviazione di Gheddafi. Della quale sembra sia rimasto poco. Il problema «aereo» dovrebbe essere quindi essere stato risolto.

Più complicato invece fornire supporto tattico ravvicinato alle forze ribelli o impedire a quelle lealiste di proseguire l’offensiva. I generali di Gheddafi hanno fatto benissimo a stringere i tempi a Misurata, perché solo entrando nel centro urbano si può acquistare una relativa impunità nei confronti degli aerei alleati. A Bengasi le cose sono più difficili: le truppe lealiste sono poco numerose, insufficienti anche prima dell’intervento alleato per prendere il controllo di una città tanto estesa e densamente popolata. Ora si trovano in guai seri. Se entrano in città si infilano in una guerra urbana pericolosa, che richiede truppe addestrate ed equipaggiate che semplicemente non esistono. Se restano fuori città sono esposte agli attacchi aerei. E presto diventerà difficile o impossibile ricevere rinforzi o rifornimenti attraverso strade esposte agli attacchi aerei e missilistici.
Però finora gli aerei della coalizione hanno potuto fare poco contro le forze terrestri libiche, semplicemente perché per svolgere le missioni di Close air support), Supporto aereo ravvicinato, servono parecchi velivoli che siano in grado di intervenire nel giro di pochi minuti dalla «chiamata», probabilmente effettuata da uomini delle forze speciali con appositi team per il controllo delle operazioni aeree (detti TAC-P) attraverso i terminali di comunicazione dati, video e voce Rover. Questo è essenziale per evitare attacchi fratricidi. È più facile invece creare una zona di interdizione: chi si avvicina a Bengasi viene attaccato e si colpiscono le forze già presenti nella zona. Si possono creare orbite di pattugliamento da dove i cacciabombardieri in attesa possano essere indirizzati sui bersagli individuati (CAP-CAS). In alternativa si può organizzare l’invio di un flusso di aerei, con ogni coppia che rimane in zona operativa per una finestra temporale limitata (Push-CAS). Ma per fare tutto questo su larga scala servono tanti aerei e basi relativamente vicine al teatro operativo: portaerei o magari aeroporti in Egitto o Tunisia, escludendo quello di Bengasi, almeno per ora.

Gli Usa e la Nato ritengono che per piegare Gheddafi non saranno necessarie operazioni prolungate. Proprio per questo l’incremento della pressione è graduale e lascia tempo al dittatore... di pensare prima di subire una progressiva escalation.
Però i militari si preparano anche a una maratona di attrito. Alla portaerei Enterprise statunitense si sta per aggiungere la francese Charles de Gaulle. E la Marina americana, la US Navy, sta approntando la Bush, che può arrivare nel Mediterraneo dalla sua base di Norfolk in 10 giorni. L’aeronautica statunitense invece si prepara a schierare i supercaccia F-22 e i cacciabombardieri F-16 CJ. E questi sono velivoli che non sono impegnati né in Afghanistan né in Irak. La «coperta» statunitense sarà corta, con due guerre già in corso, ma ci sono mezzi a sufficienza per una operazione aerea prolungata. Il problema sarebbe invece fornire truppe per una missione di stabilizzazione. Di cui si parlerà in un secondo tempo. Piegare militarmente Gheddafi, infatti, è solo una precondizione, forse necessaria ma sicuramente non sufficiente, per abbatterlo politicamente.