I rapitori di Barbara: volevamo fare soldi facili

Si chiudono le indagini per il sequestro di Novara. Ritrovata la
pistola con cui era stata minacciata la vittima sabato notte.
Il questore di Novara: "Hanno confessato, ma non ce n’era bisogno". Gli
ideatori del progetto sono stati la baby sitter e il meccanico

Novara - La caratura della banda del lago d’Orta è tutta nel perfido commento del questore di Novara: «I tre arrestati hanno confessato ma non ce n’era bisogno». Confessione superflua: Salvatore Mulas, uno che la caccia ai sequestratori doc l’ha data in Barbagia, affonda definitivamente la credibilità del terzetto protagonista del rapimento di Barbara Vergani. La storia è tutta qui, nell’ambizioso disegno di tre personaggi di provincia che non avevano la testa per uscire dalla mediocrità e per gestire un affare così complesso. Ventisei ore è durato il sequestro. Altri tre giorni e gli investigatori hanno chiuso i conti. Le ultime 24 ore servono per collocare le tessere al posto giusto: viene ritrovata la pistola usata per minacciare Barbara la sera di sabato: è in un sacchetto lasciato sotto un ponte a Borgomanero. La ragazza, intanto, va a Ghemme, a casa di Alessandra Cerri e riconosce la prigione dove è stata tenuta incatenata. Quando la slegavano e la portavano al bagno, lei contava i passi, fino a misurare l’ambiente. Ora la ricognizione conferma la ricostruzione fatta martedì sera in una lunghissima deposizione.
Adesso, come spesso capita in questi casi, entrano in gioco gli avvocati nel tentativo di limitare i danni, addirittura costruendo quadretti deamicisiani. Così sappiamo che la sessantenne carceriera preparava tè caldo e panini al formaggio per la preziosa ospite, gli stessi generi di conforto che offriva come baby sitter ai figli di Virgilio Giromini, il - si fa per dire - capobanda. Un clima familiare.
Gli investigatori, per la verità, fanno trapelare, a bilanciamento, un altro dettaglio: l’idea di portare via la Vergani è nata proprio nel corso di alcuni colloqui fra la Cerri e Giromini a gennaio, tre mesi fa. Giuseppe Lettini, carpentiere quarantaduenne, è stato imbarcato successivamente e ha aggiunto all’operazione il know how indispensabile per avere credibilità: una pistola, illegalmente detenuta. E poco altro.
«Alessandra Cerri sta realizzando quanto ha commesso solo ora che ha confessato davanti ai giudici», rivela Maurizio Cossa Majno di Capriglio, il difensore d’ufficio. Una sorta di rapitrice inconsapevole, secondo il legale, che trattava l’ostaggio quasi come un nipotino: girava nell’appartamentino di Ghemme in pantofole. Sì, pantofole azzurre con le margherite bianche ricamate. Prima di lasciare libera Barbara, domenica sera, le ha detto: «Dimentica questa storia e se puoi perdonami». Due settimane fa, le avevano tagliato luce e gas perché non aveva più i soldi per arrivare alla fine del mese. Ora si aspettava, insieme ai suoi improvvisati complici, quattro milioni di euro: «Ci siamo trovati di fronte a persone mosse dalla ricerca di denaro facile - nota Mulas - poi si sono aggiunte invidie di paese e gelosie nei confronti del signor Vergani». Uno che stava bene davvero.
La banda tascabile era tutta qua: un carpentiere con piccoli precedenti e una famiglia; la baby sitter separata e fallita anche come imprenditrice; il meccanico della Mercedes, poi autista nell’hotel di proprietà della famiglia Vergani, poi disoccupato, poi ideatore di un sequestro, che non si fidava nemmeno della convivente Maria Stella Vetrano, scagionata dalla diffidenza del suo compagno. Un gruppo casereccio. Ma ora, solo ora, ironizzare è facile: «In un sequestro - conclude Mulas - l’imponderabile c’è sempre e il timore di un gesto inconsulto c’è stato, soprattutto nelle prime ore».
Tutti sopra le righe. Tutti tranne la vittima che davanti alle telecamere di Sky Tg 24 dice poche parole sensate: «Non ho mai provato rabbia o sentimenti negativi nei confronti dei miei rapitori, ma il perdono ora è una parola decisamente grande». Almeno quel rituale dolciastro per il momento ce lo possiamo risparmiare.