I rapitori si accusano a vicenda: «È stato lui»

Andrea Acquarone

nostro inviato a Parma

Doveva essere il giorno magico quello di ieri, la data del primo anniversario del battesimo di Tommy. Per i suoi genitori, nello spasimo dell’ansia, nella disperazione dopo trenta giorni di silenzio, il momento della liberazione. Lo speravano, lo gridavano senza urlare. Non è andata così, purtroppo. Questa domenica è stata la giornata dello strazio. Del lutto e della rabbia, palpabile come il dolore, spessa come la cappa di umido che aleggiava sulla città.
Nella prigione di via Burla, da sabato notte ci sono tre persone accusate di sequestro di persona e omicidio: Mario Alessi, l’operaio che lavorò alla ristrutturazione di Casalbaroncolo, la sua convivente pugliese, Antonella Conserva e Salvatore Raimondi, ventisettenne di buona famiglia, finito sbandato. Poi libero c’è il capocantiere, quel Pasquale Barbera indagato per calunnia e favoreggiamento. Ma non per questo è finita. Le indagini continuano, i magistrati della Dda di Bologna, come il sostituto procuratore di Parma, Pietro Errede non si sono arresi di fronte a tanto orrore. Loro cercano di arrivare alla verità. Ce n’è una che sfugge. E forse qualcuno ancora manca all’appello, le manette potrebbero di nuovo scattare. Ieri è stato interrogato in carcere uno dei tre assassini, travestiti da rapitori, di Tommaso. Top secret il contenuto della conversazione.
I racconti dei killer di questo bimbo dagli occhi dipinti di chiaro, il colore indefinito dell’innocenza, continuano a non convincere. È cominciato il triste gioco dello scaricabarile, dietro le sbarre. Anche adesso, di fronte a quella che sembrerebbe la fine, qualcuno mente.
Il capo della squadra mobile, Nicola Vitale, lo aveva intuito per primo. Tre giorni dopo il rapimento di questo bimbo malato d’epilessia, fece irruzione nella casa del sospettato numero uno, Mario Alessi il muratore arrivato dalla Sicilia con alle spalle una condanna per violenza sessuale. Gli ribaltò l’appartamento, chidendogli a muso duro: «Dove hai messo Tommaso?». Il muratore dai capelli brizzolati fece finta di cascare dalle nuvole. Non cedette. E nei giorni successivi, cercò di indossare i panni della vittima, il capro espiatorio di un terribile errore giudiziario. Sembrava convincente.
Ora che è in carcere, e che almeno in parte ha confessato, continua a giocare di sponda. È stato lui a far ritrovare il cadavere di Tommy, con la tutina rossa e ai piedi le scarpine bianche da ginnastica. Ma confondendo le acque, cercando soprattutto di salvare la propria compagna accusando il giovane complice. «È stato lui ad ammazzare il bambino - ha ripetuto a poliziotti e magistrati -. Raimondi lo ha colpito al volto con una cazzuola quando ci siamo fermati».
Quanto stona questo racconto. Persino con quello fornito dalla sua donna oltrechè madre del loro bimbo cardiopatico di sei anni. Anche lei svela particolari diversi, una ricostruzione che non combacia. I due clienti appaiono «incompatibili», e l’avvocato difensore di Alessi, Laura Ferraboschi, non ha ancora deciso se accettare la difesa della donna e sottolinea: «Il mio assistito non ha mai confessato l’omicidio».
Salvatore Raimondi, al momento appare il più credibile, almeno agli occhi degli investigatori. Lui, ricostruendo le fasi del ratto di Tommaso, dice altre cose: «Io guidavo lo scooter, Alessi ha messo il piccino in uno zaino tenendolo tra la pancia e la mia schiena. Piangeva, quando ci siamo fermati non si sentiva più nulla. Era morto il bimbo, ho pensato che Mario l’avesse soffocato. Ci siamo fermati, Alessi è salito sull’auto di qualcun altro. E sono ripartito sulla moto. Non c’ero quando hanno sepolto Tommy». Ma il legale della famiglia Onofri, che ha visto il corpo del piccolo, conferma la presenza di una ferita al capo, che confermerebbe la versione di Alessi.
Per tutta la notte tra sabato e domenica, fino a mattina inoltrata, gli uomini della scientifica hanno setacciato la zona. Il cadavere era nascosto sotto un cumulo d’erba a una decina di metri dal fiume Enza, a pochi chilometri da Casalbaroncolo. Centocinquanta metri dalla strada asfaltata che scorre, battuta di giorno da trattori e clienti di prostitute nere come la pece, tra Martorano e la casa degli Onofri.
I poliziotti hanno recuperato l’arma del delitto, abbandonata a duecento metri di distanza. Chi mente? Alessi avrebbe ammesso di aver organizzato il rapimento per chiedere due milioni d’euro. Una cifra sproposita. Di certo soldi che il direttore delle Poste non avrebbe potuto mai pagare. E poi, perché far morire dopo pochi minuti questo bimbo che doveva aprire le porte verso la ricchezza? Il giallo resta aperto. Come i colpi di scena. Che non sono finiti.