«I rapporti con i politici sono utili all’Università»

Il professor Giacomo De Ferrari, che si è appena lasciato alle spalle l’esperienza di preside della Facoltà di Medicina, ha indossato da tempo la veste di candidato alla carica di Magnifico Rettore dell’Università di Genova. Anzi, a dirla tutta, è stato il primo a farsi avanti, quando ancora non si parlava di alternative. Quelle, sono venute alla ribalta solo di recente, con l’investitura di Benedetta Spadolini, preside di Architettura, mentre ora si comincia a parlare con insistenza di altri più o meno ufficiosi aspiranti alla guida dell’Ateneo, pronti, prontissimi a scendere in campo, ma solo dopo il primo turno di votazioni previsto per mercoledì e giovedì. Magari, facendosi precedere da una valanga di schede bianche, per impedire il raggiungimento del quorum - 50 per cento più uno dei votanti - necessario nei primi tre turni per vincere.
Dica la verità, professor De Ferrari: non è che, questi candidati-fantasma, lei li tema più di Benedetta Spadolini?
«Neanche per sogno. È vero invece che sono favorevole a una modifica dello statuto, in modo da ammettere alle candidature solo chi si presenta entro il primo turno elettorale. A viso aperto, senza nascondersi dietro bizantinismi che sanno di lotta per il potere. Più vicini alla politica che alle esigenze dell’Università».
A proposito di politici: qualcuno dice che lei ambisce a tenere rapporti preferenziali con i politici.
«Non credo che la pensi così chi mi conosce bene. Il mio pensiero è un altro: l’Università non può essere chiusa in se stessa, ha bisogno di colloquiare, di entrare in contatto con i rappresentanti delle istituzioni e il mondo della politica».
Forse il pericolo è quello di diventare subordinati alla politica.
«Infatti, è questo il punto. Io credo che l’Università, in particolare la nostra, sia stata molto assente nei confronti delle istituzioni. E allora, perché non instaurare un confronto, naturalmente corretto, rispettoso della reciproca autonomia, soprattutto in vista della realizzazione di progetti ambiziosi come il Politecnico?».
Insisto: come la mettiamo col rischio della sudditanza?
«Non ci può, né ci deve essere alcuna sudditanza. Ma è altrettanto vero che i problemi ci sono e possono essere risolti prima e meglio se ci rapportiamo con il mondo politico. Sta a noi, comunque, esercitare l’indispensabile autorevolezza».
Si dice anche, soprattutto fra i suoi avversari, che le piacerebbe ricorrere a risorse esterne. Che c’è di vero?
«Precisiamo. Nel mio programma, che ho presentato a fondo e in più occasioni durante queste settimane, c’è scritto qualcosa di molto diverso, cioè che sento l’esigenza di inserire nel consiglio di amministrazione dell’ateneo alcune risorse esterne, sotto forma di esperti della pubblica amministrazione. Un provvedimento che innanzi tutto mira a rompere il cerchio dell’autorefenzialità».
Lei vorrebbe risorse esterne anche nella sua squadra, la cosiddetta giunta del Magnifico Rettore?
«Niente affatto. La giunta dev’essere composta da docenti dell’Università. Nessuna interferenza, né con il Consiglio di amministrazione, né col Senato accademico: la giunta sarà un gruppo di lavoro formalmente costituito per interpretare al meglio le strategie e realizzare più velocemente e precisamente i programmi. Con assoluta trasparenza».