«I rapporti con Roma saranno più complicati»

Nel giorno in cui il premier Silvio Berlusconi rivolge uno storico discorso ai deputati della Knesset, il parlamento israeliano, arriva da Teheran la dura reazione alle parole del presidente del Consiglio, che aveva esortato la comunità internazionale ad «aiutare e sostenere l’opposizione» in Iran, invocando «forti sanzioni» per impedire agli ayatollah di dotarsi dell’arma nucleare. Le parole di Berlusconi rappresentano «una aperta interferenza negli affari interni di un Paese indipendente», tuona il portavoce della commissione Esteri del parlamento iraniano Kazem Jalali. «Sono dichiarazioni - ha detto il portavoce - che non potranno aiutare a risolvere i problemi, ma al contrario li renderanno più complicati». La preoccupazione per la minaccia nucleare iraniana ha dominato la visita di Berlusconi in Israele durata tre giorni.
Sullo sfondo, ovviamente, anche le relazioni commerciali ed economiche tra Roma e Teheran. Il premier, Silvio Berlusconi, ed il ministro degli Esteri, Franco Frattini, avevano ribadito a più riprese nel corso della loro visita in Israele che Eni aveva congelato i propri investimenti nel Paese. Ieri è arrivata la presa di posizione di Teheran: Seifollah Jashnsaz, direttore della compagnia Statale petrolifera iraniana, ha spiegato all’agenzia di stampa nazionale Irna che «continuano le trattative con Eni per lo sviluppo della terza fase del giacimento di Darkhovin. Il gruppo non si è ritirato dal progetto». A chiarire il campo, arriva il commento di Eni, che sottolinea di avere «in corso lo sfruttamento di due campi petroliferi in Iran in base a contratti del 2000 e 2001. Non sono stati stipulati nuovi contratti». Il gruppo italiano è presente in Iran sin dal 1957, quando venne costituita una società paritetica tra l’Agip e la National Iranian Oil Company (Nioc) denominata Société Irano-Italienne des Petroles (Sirip). Nel 1979 tutte le partecipazioni detenute da società straniere nell’upstream furono nazionalizzate ed Eni ha ripreso le attività upstream in Iran nel 1998, partecipando ad una joint venture che è attualmente impegnata nei progetti di sviluppo dei campi di Darkhovin e Dorood e nel progetto offshore South Pars Gas Field. Eni ha prodotto circa 28.000 barili di greggio al giorno in Iran nel corso del 2008, che potevano aumentare ulteriormente con lo sviluppo di Darkhovin.
Da tempo però Eni sembra aver abbandonato le idee di crescita in Iran. L’annuncio ufficiale di voler congelare i propri investimenti risale al 2008, quando nello stesso giorno la francese Total e il gruppo italiano decisero di tenersi lontani da una zona politicamente «a rischio». «Se rimanessimo in Iran, ci direbbero che Total è pronta a tutto per i soldi», giustificò la decisione l’amministratore delegato del gruppo francese Christophe De Margerie. E subito gli fece eco Paolo Scaroni: il numero uno di Eni spiegò che «in Iran il gruppo rispetterà i contratti già in essere, ma non ne firmerà di nuovi. Total ha deciso di non firmare un nuovo contratto. Lo faremo anche noi».