Ma i re, senza Milano, non avrebbero il trono

Per il fashion system italiano gli anni Ottanta furono quelli del passaggio dallo stato nascente al Rinascimento, come scrisse in un articolo Francesco Alberoni. Ricordiamo: era l'indomani di una memorabile festa di Natale (la prima di una lunghissima serie) che aveva come anfitrione Giorgio Armani. Alberoni ne prese spunto per parlare dei nuovi protagonisti della moda italiana come dei mecenati del XX secolo. C'era in quell'articolo una bella parte di verità e di giusta premonizione. Giorgio Armani, Gianni Versace, Valentino, Ottavio e Rosita Missoni, Mila Schön, Fendi, Franco Moschino, Laura Biagiotti, Romeo Gigli e Dolce e Gabbana, ultimi ma non da meno perché loro in quegli anni si affacciavano alla ribalta, erano all'inizio della lunga marcia oltre gli angusti confini nazionali per diventare star mondiali alla conquista di mercati ostici come gli Stati Uniti.
Anni espressivi,anni creativi dominati nella moda dal fuoco sacro del «ce la faremo», aiutati da un contesto sociale tutto teso alla corsa al benessere, al potere, al carrierismo, al guadagno facile. Chi non voleva apparire, negli anni '80? Chi non ritmava la sua vita a colpi di status symbol? Tutti, e chi lo nega, mente. Del resto si usciva dalle isterie protofemministe, dagli anni di piombo, da atmosfere pesanti ed era legittimo che un popolo come quello italiano, dotato di grande scatto nella ripresa, sfoderasse una sana e gioiosa tendenza al consumismo inteso in senso non ancora becero. E siccome siamo gente cui il buon gusto non difetta, il comprarsi dei bei vestiti di casa nostra era un vanto da esibire con orgoglio.
Ma l'avvio e la buona, anzi ottima, riuscita di quello che con un'orrenda e deprecabile definizione tutti allora chiamavano «il circo della moda»,non avrebbe coagulato l'interesse del mondo sul nostro prêt-à-porter se tutto ciò non avesse avuto come teatro Milano, unica città italiana che allora poteva tener testa a Parigi. Milano non è bella come Roma non è chic come Firenze e Torino ma quando si mette a fare sul serio qualcosa di serio lo fa, punto e basta.
L'organizzazione l'idea di far diventare Milano un polo internazionale della moda, di predisporre una sede unica per le presentazioni in Fiera dove tutto funzionava, furono merito di Beppe Modenese che aveva messo in piedi una struttura ed un contesto dove si respirava un'aria professionale e cosmopolita,dove tutto era veloce e concentrato. Gli addetti ai lavori e gli stranieri, stampa o compratori che fossero, erano rapiti dall'eleganza e dalla novità della nostra moda ma anche da un ambiente confortevolmente rilassato. A Parigi allora succedeva già quel succede oggi a Milano: corse disperate ai quattro angoli della metropoli che costringono gli addetti ai lavori a rocambolesche giornate spese per metà a raggiungere le mete agognate delle sedi degli stilisti e di location sempre più «famolo strano», ritardi da paura si accumulano danneggiando l'immagine e soprattutto il lavoro degli stilisti e degli addetti ai lavori. Il perché di questo cambiamento in peggio ha due ragioni. La prima è che il successo dei singoli e del settore ha deviato la concentrazione massima che negli anni ottanta era sullo stile e sulla creatività. La seconda è che il boom di mercato della moda italiana ha trasformato il Rinascimento degli anni '80 nella Rinascente.