I REALITY CI RUBANO I POCHI DIVI RIMASTI

Il mondo dei reality visto con gli occhiali rosa dell'ottimismo è quel palcoscenico dove i concorrenti appaiono per quello che sono veramente, al di là del loro ruolo di personaggi, della loro eventuale notorietà o del modo di proporsi. In questa ottica i reality sembrerebbero il ruolo ideale per mettere a nudo, in uno stato di «cattività», la vera indole comportamentale e psicologica dei partecipanti, costretti ad «essere se stessi» a contatto con stimoli, provocazioni, disagi e relazioni gomito a gomito non scansabili come a volte è possibile nella vita di tutti i giorni. Il mondo dei reality visto invece con gli occhiali scuri del pessimismo, giudicato per certe sue evidenti controindicazioni, induce a rovesciare in negativo questa presunta peculiarità positiva. È ad esempio il luogo dove Katia Ricciarelli, una delle poche donne che erano ancora circondate da un fascinoso alone di divismo in un'epoca attuale di pochi divi e troppi vip, perde ogni riverbero misterioso nel momento stesso in cui il pubblico la può seguire, passo dopo passo, nell'impietoso svolgersi della sua quotidianità. Dopo averla vista accapigliarsi nevroticamente con i coinquilini de La Fattoria, dopo averla sentita vomitare improperi di ogni specie, dopo averne osservato gli scarti umorali e spiati i gesti di una routine giocoforza trasandata, è problematico cercare di far passare tutto questo alla voce: signori e signori avete finalmente potuto vedere «la vera Katia Ricciarelli», la Ricciarelli- se stessa, il personaggio che si mette in gioco nella «verità» della sfida imbracciata con le durezze del reality. Ma chi l'aveva mai chiesta, una cosa del genere? Ma chi, soprattutto tra il pubblico che aveva sempre amato la Ricciarelli per le sue qualità artistiche, avrebbe mai desiderato la sua vulnerabile immersione in una realtà tanto deludente? Alzi la mano chi non aveva alcuna voglia di vederla ridotta così, «al naturale», e prova ora lo stesso tipo di comune rimpianto. Quello di una immagine autorevole che si sarebbe dovuta preservare lasciandola collegata alla fortuna artistica, riflesso di una storia personale e di una carriera da tenere ben distinte dalla tentazione di un banale sciupio mediatico. Tra le colpe dei reality c'è anche quella di averci fatto accettare il luogo comune di dover essere se stessi davanti alle telecamere, a qualunque prezzo e in qualsiasi contesto. Ma almeno i divi - o chi ha la fortuna di poter vivere di un proprio autentico talento - dovrebbero sottrarsi a questa iattura. Se Greta Garbo e Marlene Dietrich fossero vissute oggi, e avessero malauguratamente ceduto alle lusinghe di un reality, dopo un paio di giorni non sarebbe rimasto un solo grammo del loro fascino, e men che meno del loro mito.