I reati degli stranieri sono meno pericolosi

Il capitolo 21 della Carta de Logu, il Codice civile e Penale del Regno d’Arborea, emanato alla fine del XIV sec. e rimasto in vigore in Sardegna per diversi secoli è intitolato Qui leuarit mulieri (chi prendesse con violenza una donna). Prevedeva per chi fosse stato giudicato colpevole di violenza sessuale la seguente sanzione: siat illu segado uno pee (gli sia tagliato un piede). È una sanzione pesantissima volta a creare attorno al reo, per tutta la vita, uno stigma sociale permanente. A promulgare la suddetta Carta fu alla fine de XIV sec. Eleonora d’Arborea, reggente del Regno nonché il personaggio storico più amato dell’intera storia sarda, una donna. Le scrivo questo, l’avrà certamente intuito, alludendo alla sentenza con cui un giudice tedesco ha concesso una sorta di attenuante etnica ad una sentenza di condanna per violenza carnale perché, lettaralmente, l’imputato «è un sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusa, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante». Peccato che in Sardegna non è mai esistita alcuna subcultura radicata che vede la donna posta in una condizione di inferiorità rispetto all’uomo. e-mail

Grazie, caro Dessì, per averci dato conto di quella norma in vigore nel regno di Eleonora d’Arborea. Accidenti, a chi usava violenza ad una donna era addirittura mozzato un piede. Non solo punito assai severamente, ma anche «marchiato», così che sul crimine commesso non scendesse l’oblio. Comunque, è comunque un fatto che, salvo le solite, immancabili eccezioni (quelli che zac, via il piede), nei riguardi della donna il sardo manifesta una cavalleresca deferenza. D’altronde è nota la sua attitudine alla balentìa (Nota: balentia con la «b» e, possibilmente, in corsivo) che non può essere disgiunta - e come potrebbe? - dal rispetto e salvaguardia del gentil sesso. Si racconta che nel ’18, per dar la carica ai sardi, all’inizio recalcitranti a lasciar l’isola per le lontane, pressoché esotiche trincee del Grappa e del Pasubio, gli si insinuò che il «tedesco» mirava a conquistare la Sardegna per poi far metaforica strage delle bellezze locali. Faccenda che fece loro ribollire il sangue contribuendo a trasformarli in quei tenaci, eroici combattenti che furono (dicono anche, ma sono malignità, che la cosa funzionò fino a quando, ispezionando le tasche dei nemici prigionieri o caduti sul campo, non saltarono fuori foto di mogli o fidanzate bionde, con gli occhi azzurri e delicate fattezze. Sorse allora nei fantaccini sardi un dubbio: ma perché con donne così fanno una guerra per prendersi le nostre?).
Se dunque la Sardegna gode di fama, non è certamente per ciò che ritiene quel giudice tedesco, ma caso mai per le gesta di un Grazianeddu Mesina, bandito che rispettava il codice d’onore barbaricino e che per tanto può dirsi gentiluomo a modo suo. Generalmente l’attenuante etnica vale - ed è chiamata in causa, anche qui da noi, nei giudizi laici, confessionali e tribunalizi - ove riferita alle etnie musulmane o africane, alle quali molte cose sono perdonate perché appartenenti alla loro cultura, usi e tradizioni. Il magistrato del tribunale di Buckeburg ha semplicemente ritenuto che ciò fosse discriminatorio. Se «l’impronta etnico-culturale» è un’attenuante per il marocchino, ha diciamo così ragionato il giudice, deve esserlo anche per un sardo. E chi la pensa diversamente è un razzista, non si scappa.