«I reduci della jihad in Irak stanno tornando in Italia per riorganizzare le cellule»

Stefano Dambruoso, consulente Onu ed esperto di terrorismo, vede nuovi pericoli: «Finché ospiteremo estremisti non potremo sentirci tranquilli»

Fausto Biloslavo

«Fra Milano e Londra c’è sempre stato un asse della Jihad ed ora i radicali islamici partiti volontari per l’Irak, sotto le bandiere del tagliagole Abu Musab Al Zarqawi, stanno rientrando a casa, anche in Italia, per riorganizzare le cellule del terrore». Lo rivela Stefano Dambruoso, da sempre in prima linea alla procura di Milano nelle più delicate inchieste sul terrorismo islamico. Oggi è consulente dell’Onu.
Che idea si è fatto dell’attacco di Londra?
«La matrice è di Al Qaida e sono propenso a pensare che sia un gruppo londinese di giovani cresciuti in Inghilterra, di seconda o anche terza generazione. Là non c’era bisogno di gente che arrivasse da fuori».
L’offensiva contro l’Europa occidentale continuerà?
«Premetto che non bisogna fare inutili allarmismi, ma temo di sì».
L’Italia è un Paese a rischio?
«Il fatto che non siamo mai stati colpiti conferma che le cellule italiane avevano fino ad oggi un ruolo di appoggio logistico, ma non possiamo pensare che sarà sempre così. Fino a quando l’Italia ospiterà cellule fondamentaliste islamiche, non potremo sentirci davvero tranquilli».
In Europa sono stati sventati, dal 2000, una quindicina di grossi attentati. Esistevano collegamenti con l’Italia?
«Abbiamo registrato intercettazioni di estremisti presenti nel nostro Paese che parlavano di progetti di attentati da compiersi altrove. Il più significativo è quello sventato contro la cattedrale di Strasburgo, ma alla fine del 2002 anche il possibile attentato alla tube di Londra. Soggetti che a Milano avevano contatti con i personaggi poi arrestati a Parigi e a Londra».
Dalle sue inchieste sembra saltare fuori un asse della Jihad Milano-Londra. Di cosa si tratta?
«Dal ’99 ad oggi gran parte dei capi indagati o arrestati a Milano sono sempre stati in collegamento con leader ed elementi pericolosi presenti a Londra. Possiamo parlare di un asse della Jihad o di un filo diretto fra Milano e Londra».
Può fare dei nomi?
«Abu Doha (capo operativo degli algerini in Europa) e Abu Qatada (il predicatore estremista oggi sotto processo a Londra). Era il punto di riferimento di Essid Sami Ben Khemais (referente a Milano del Gruppo islamico combattente tunisino), Es Sayed Abdelkader (il capo di Al Qaida in Italia prima di venir ucciso in un bombardamento Usa in Afghanistan nel 2001) e Tarek Maroufi (coinvolto nell’assassinio del leader afghano Ahmed Shah Massoud, due giorni prima dell’11 settembre). Da più di un’intercettazione emergeva come Abu Qatada rappresentasse il punto di riferimento ideologico e data l’operatività delle cellule non si poteva non desumere l’importanza di direzione strategica dell’intero gruppo».
L’Irak, con Al Zarqawi, si è sostituito all’Afghanistan. Partono ancora dall’Italia i volontari kamikaze diretti a Bagdad?
«Siamo in una fase di ritorno. I mujaheddin accorsi a combattere per la Jihad irachena, sono migliaia, comprese decine dall’Italia. Molti stanno tornando nei Paesi d’origine. È una fase di riorganizzazione attraverso i reduci, che hanno esaurito la missione o passato la staffetta ad altri».
Quindi tornano anche in Italia?
«In Europa sicuramente sì e non escludo anche in Italia. Possiamo aspettarci una ripresa dell’organizzazione delle cellule come dopo la guerra in Bosnia e in Afghanistan».
Serve un ministero per la guerra al terrorismo, come ha proposto la Lega, o una super procura?
«Sono la persona meno idonea a commentare la proposta della Lega. Da tempo ritengo che bisogna costituire, più che una superprocura, un ufficio centrale di coordinamento per il terrorismo islamico lasciando a livello locale le indagini, come accade con la Direzione antimafia».
Da più parti si fa il suo nome per questo ufficio. Sarebbe pronto?
«Sono pronto a servire il mio Paese e dare un contributo mettendo a disposizione l’esperienza sul terrorismo islamico».
Prima dell’attentato a Londra infuriò sui giornali la polemica per il rapimento dell’imam egiziano Abu Omar a Milano, nel 2003, da parte della Cia che lo consegnò alle autorità del Cairo, dove venne torturato. Questo genere di azioni sono lecite nella guerra al terrore?
«Si è trattato di un fatto grave, un reato. L’Italia si è impegnata a contrastare il terrorismo islamico, ma nel rispetto assoluto dei diritti fondamentali dell’uomo».
I convertiti possono essere l’arma segreta di Al Qaida?
«È un’arma in più. Fra le menti che hanno organizzato gli attentati di Casablanca c’era un convertito francese (Robert Pierre alias Abu Abderrahmane)».
In Italia ci sono convertiti vicini ad Al Qaida?
«Non esistono presenze significative a parte le mogli italiane di alcuni soggetti arrestati per fatti legati al terrorismo internazionale. Le indagini hanno appurato il loro ruolo sempre marginale. Queste italiane convertite hanno abbracciato l’ideologia radicale del marito. Sembra che abbiano sposato l’uomo e la sua causa».