I registi italiani in America: «Deve essere questo il posto»

RomaDopo due camere e cucina, genere che ha fruttato attici niente male ai vari utenti dei finanziamenti a pioggia, arriva l’appartamento americano? Con la crisi del Fus, il Fondo Unico per lo Spettacolo che ingrassava cineasti magari mediocri, ma incistati nel sistema, e affamava giovani talenti, privi di agganci ai piani alti, un’altra onda prevale. È l’onda migratoria dei talenti, pronti ad agire globalmente per girare il film dei loro sogni. Perché il mercato internazionale apre scenari virtuosi, a patto di avere buone sceneggiature («Lo script è tutto», diceva Dino De Laurentiis), cast di professionisti (non di raccomandati) e registi disposti a portare all’estero la sensibilità italiana. Fine dei piagnistei, dunque, con l’intellighenzia di sinistra a sostenere che il governo di destra porta il cinema alla canna del gas.
E inizio d’una sprovincializzazione, che irrobustisce la filiera. Il caso di Paolo Sorrentino, che con This Must Be the Place vende vasi a Samo - magari correrà per l’Oscar, scorciando quei dieci minuti di troppo, come gli chiede Harvey Weinstein, suo sponsor a Hollywood - e incassa 1.245.000 euro nello scorso weekend e 3.422.000 euro nel complesso, resta esemplare. Foraggiato da Banca Intesa San Paolo e Medusa, con il divo Sean Penn, Sorrentino centra l’obiettivo e realizza un prodotto autoriale di ampio respiro e di presa forte sul box-office. Ma non è rara avis. Ora tocca a Roberto Faenza portare in sala Someday This Pain Will Be Useful to You, cioè Un giorno questo dolore ti sarà utile. In uscita a febbraio, distribuito dalla 01 di Rai Cinema e il 2 novembre fuori concorso al Festival di Roma, il film adatta l’omonimo racconto di Peter Cameron con un cast a stelle e strisce: Toby Regbo (visto in Mr.Nobody), qui James, ragazzo con famiglia patologica; l’oscarizzata Marcia Gay Harden, madre oppressiva, che colleziona mariti; Stephen Lang, giocatore compulsivo; Peter Gallagher, il padre di James, amante delle ragazzine; il premio Oscar Ellen Burstyn, e l’esotica Lucy Liu. Coproduce un altro premio Oscar, la costumista Milena Canonero, di stanza a L.A.
Digerito il flop del docufilm Silvio Forever, Faenza abbandona il cortiletto romano, per girare interamente a New York, con un cast «all american», la cui scelta è dipesa da Avy Kaufman, nella cui lista di clienti figurano Steven Spielberg, Ang Lee e Ridley Scott. Così l’autore ferrarese torna ai suoi esordi, quando nel 1983 girò Corrupt nella Grande Mela. «Sono stupito da come abbia messo insieme questa produzione: sul set, chi non parlava italiano e chi ignorava l’inglese, modi di lavorare diversi. Però riuscivamo a comunicare, nonostante sembrasse l’Onu. Sono molto contento del film fatto», spiega Faenza, che illustra con passione mediterranea la New York di oggi. Dopo Muccino e Sorrentino, Guadagnino fa rima nel mondo competitivo delle produzioni estere: il regista di padre siciliano e madre tunisina, cresciuto in Etiopia, dove a tre anni vide Lawrence d’Arabia, girerà a Pantelleria il suo primo film in inglese. A Bigger Splash è al nastro di partenza: Studiocanal, gigante della produzione e distribuzione europea, e la Scott Free dei fratelli Ridley e Tony investono 30 milioni di dollari nel remake de La piscina di Jacques Deray, giallo a sfondo erotico che fece conoscere Alain Delon e Romy Schneider. Data la buona accoglienza estera di Io sono l’amore, Guadagnino, con Tilda Swinton fondatore della casa produttrice The Love Factory, diventa «hollywoodita». E si lancia «in un’immersione nelle politiche del desiderio tra uomo e donna, dove uno più uno fa quattro», con Jeremy Renner, Mia Wasikowska e Noomi Rapace, che assicurano Un tuffo più grande nei vasti mari del mercato aperto.