I registi italo-americani riscrivono le proprie radici

Una rassegna sui cineasti che ribaltano gli stereotipi contro i nostri emigrati

da Pesaro

I loro padri o le loro madri partirono da Terracina, Cefalù, Vicenza, Trapani, senza parlare una parola di inglese. Oggi hanno tra i 50 e i 60 anni, sono benestanti, vivono perlopiù a New York o Filadelfia, sulla costa orientale, ma c'è anche chi viene dall'Oregon. E tutti sanno esprimersi in italiano. Sono i nuovi cineasti italo-americani, con o senza trattino, ai quali la 43ª Mostra di Pesaro ha dedicato una compatta rassegna di una ventina di titoli, nella prospettiva di sbriciolare qualche luogo comune e rivelare talenti emergenti.
Intendiamoci, se gli stereotipi cinematografici legati al mondo di Little Italy hanno resistito così tanto nel tempo, be', una ragione ci sarà. Non per niente, come spiega la curatrice Giuliana Muscio, «il successo politico di una Nancy Pelosi o di un Rudolph Giuliani ci appaiono come delle anomalie più che delle regole». Se uno dice «italo-americani» come non pensare alla voce roca di Don Vito Corleone o alle camicie sgargianti di Tony Soprano, ai baciamano o alle immaginette sacre, alle teglie di lasagne o alle arie della Cavalleria rusticana? Stereotipi, appunto, coloriti o feroci, comici o terribili, quindi di forte impatto spettacolare, che registi come Scorsese, Coppola, Cimino, De Palma, Ferrara hanno saputo trasformare in epica delle proprie radici.
A pensarci, tutti cognomi che, molto italianamente, finiscono con una vocale. Come, del resto, quello di John Fante, lo scomparso scrittore nato a Denver nel 1909, protagonista ieri di una vivace tavola rotonda (Franco la Polla e Francesco Durante tra i relatori) preceduta da un documentario-ritratto di Giovanna Di Lellio. Autore di romanzi memorabili come Aspetta primavera, Bandini e Chiedi alla polvere nonché sceneggiatore hollywoodiano di film spesso trascurabili, Fante in fondo incarna un modello di italo-americano ben distante dal cliché di ambiente mafioso. Colto, elegante, amante della bella vita, gran giocatore di golf, tendenzialmente progressista; anche se il figlio, nel ricordarlo sullo schermo, lo definisce un «italian macho», con due soli atteggiamenti nei confronti della vita: «leggermente incazzato e molto incazzato». Hanno sorriso, in sala, i registi volati qui da oltreoceano. Magari sentendosi anch'essi un po' divisi tra culto dei padri e ricerca di nuove strade espressive. I loro nomi? Nancy Savoca, Leonard Guercio, Marylou Tibaldo & Jerome Bongiorno, Susan Caperna, Michael Corrente, altre vocali in fondo al cognome. Simili per sensibilità ai più noti esponenti della nuova generazione (i John Turturro, i Tom DiCillo, i Vincent Gallo), hanno portato a Pesaro film, cortometraggi, documentari: diversi per ambientazione e stile, ma legati forse dalla capacità di gettare uno sguardo non convenzionale sulla comunità di riferimento, abolendo qualche padrino di troppo.
Risultato: spesso si ride. Come nel caso del corto Tiramisù, molto applaudito in piazza, girato nel 2002 da Leonard Guercio. Sedici minuti ben congegnati nei quali una notevole dose di stereotipi sugli italo-americani vengono rovesciati a sorpresa nell'ultima scena grazie a un colpo di teatro tutto giocato sul significato transitivo del verbo sposare. Ma forse un indizio c'era: il presunto Padrino si chiama Don Camillo, come il prete di Guareschi...