I «repubblicones», Savonarola di ritorno

Di recente Ilvo Diamanti concionava su «Repubblica»: «In Italia si rilevano da tempo gli indici di pessimismo e di insicurezza più elevati d’Europa. Un clima d’opinione che sembra essersi ulteriormente deteriorato. Il problema è che questo sentimento in Italia trova importanti moltiplicatori. In particolare, lo sbriciolarsi dei legami e delle solidarietà sociali, alimentato dalla decomposizione urbana. Il gioco dei risentimenti incrociati fra gruppi professionali, di cui abbiamo parlato qualche settimana fa. Professori, medici, avvocati, maestri, farmacisti, tassisti, broker, commercianti e commercialisti. Una lista infinita, destinata ad allungarsi. Tutti contro tutti». La conclusione è scontata: «Questa società, di fronte al terrorismo delle borse, come dopo l’attacco alle Torri nel settembre 2001, esprime domanda di certezza e di autorità. Così, si raccoglie, trepida, intorno al Grande Rassicuratore. Che, dagli schermi, dice ciò che tutti temono e tutti vogliono sentire. Non c’è motivo di avere paura. Cioè: abbiate paura, perché ce n’è motivo. Ma io - solo io - vi salverò. Dalle banche e dai banchieri, dai subprime e dai fondi tossici, dalle cattive azioni e dai cattivi maestri (sempre loro)». Geniale, ma non originale. Un altro pensatore italiano espresse gli stessi concetti cinque secoli fa: «Italia, tu abbasserai gli occhi con vergogna a questa volta. Questo ha ad essere un tempo pessimo, questo ha ad essere un tempo crudele, mortale e turbolento». Perché non chiamare i pensatori di «Repubblica» e tutti quelli del loro entourage «i Savonarolas»?


Caso mai dovremmo chiamarli Savonarola di ritorno, caro Marchetti. Perché fino a ieri i pensatori di largo Fochetti vestivano più i panni di Pangloss (questo è il migliore dei mondi e dunque tutto va ben, madama la marchesa) piuttosto che il saio del frate domenicano. Dopo l’11 settembre attaccarono con la solfa che l’allarme per il terrorismo islamico era solo una manfrina di Bush, un pretesto per varare leggi liberticide e tenere sotto schiaffo il pianeta. Proseguirono poi negando che ci fosse da noi un problema sicurezza e meno che mai alimentato dalla criminalità immigrata. Tutte balle, scrivevano, pretesti per poter poi accanirsi contro gli extracomunitari (e i comunitari di parte romena) notoriamente votati al bene e giustificare le ronde dei soldati, «come nel Cile di Pinochet». Anche quella dei rifiuti tardò a diventare «emergenza», restando a lungo, in Largo Fochetti, una faccenda di camorra (e, come apprendemmo poi, di un assessore della giunta Jervolino che dei camorristi fu - ora è in galera - duce e stratega). È solo al cospetto del planetario sconquasso finanziario che «Repubblica» ha dovuto prendere atto che sì, tutto sommato non si può negare che sussista un certo e diffuso clima di insicurezza. Che però avrebbe un’intensità trascurabile, niente più che una vena di perplessità, se non fosse alimentato - ed ecco il colpo di genio di Ilvo Diamanti, medaglia olimpica di arrampicata sugli specchi - dal fatto che tassisti e farmacisti si guardano in cagnesco. Quello è: non sono, come vorrebbe Berlusconi al fine di sollecitare sempre più domanda di «certezza e di autorità», terrorismo, la criminalità, i risparmi che vanno in fumo a determinare il senso di insicurezza, di incertezza nel futuro. Ma lo «sbriciolarsi dei legami e delle solidarietà» fra tassisti e farmacisti. O fra avvocati e maestri d’asilo. Un modo di ragionare, caro Marchetti, che più che il Savonarola richiama alla mente Ciccio Formaggio.