I ricchi Usa: tassate chi è più ricco di noi

Come da noi, pure in America è in atto un vivace dibattito sulla proposta - che trova sostegni di vario colore - di aumentare la tassazione dei redditi più elevati; e si tratta di una polemica che mostra quanto sia difficile, perfino negli Stati Uniti, uscire da vecchie logiche e compiere scelte coraggiose.
Oltre Atlantico la questione è tornata al centro della scena nel momento in cui il candidato repubblicano Mitt Romney ha ammesso di versare allo Stato solo un 15% circa del proprio reddito, di natura essenzialmente finanziaria. Subito si è scatenata una bagarre nella quale il portavoce dalla Casa Bianca, Jay Carney, ha espresso sdegno per una situazione in cui vi sono milionari che versano solo il 15%, quando persone con redditi di 55 mila dollari stanno pagando molto di più. Questo, però, non è vero. Al fine di ottenere quei medesimi servizi pubblici che sono garantiti a chiunque, Romney dà allo Stato il 15% di un reddito altissimo e quindi una somma ingente, assai più di quanto non paghino i contribuenti evocati dal collaboratore di Obama.
È però difficile ovunque contrastare una demagogia che trae alimento dal risentimento sociale. E infatti il centrista Romney ora chiede pure lui di alzare le imposte sui redditi maggiori e sui capital gain. Buon ultimo, anch'egli s'accoda al magnate Warren Buffett, che nelle scorse settimane aveva proposto di innalzare le tasse che gravano sui milionari.
Da una recente indagine che ha interpellato 555 soggetti con un milione o più di dollari investiti (escludendo i beni immobiliari) è emerso come, in linea di massima, i più ricchi si trovino d'accordo con la posizione di Buffett. Salvo però subito sottolineare che va bene alzare le tasse sui più facoltosi, ma che naturalmente i veri milionari sono sempre gli altri. Dal sondaggio emerge anche, e questo è davvero significativo, che quasi la metà degli interpellati ha tranquillamente ammesso di essere pronta a modificare la propria strategia di investimenti in risposta a un eventuale inasprimento della tassazione.
Il punto è decisivo, perché i populisti di destra e di sinistra continuano a ragionare come chi ha un gregge che può tosare a piacere, disponendo pure di alti steccati. Le cose però non stanno così, perché uno degli effetti della globalizzazione è il dissolversi del vecchio nazionalismo economico. Bisogna ricordare che vi sono molti Paesi - in Europa orientale, ma non solo - che hanno un'aliquota unica al 15% o anche meno. Va aggiunto che la glorificazione della tassazione non sorprende se proviene da chi, come Buffett, fa parte di un gruppo sociale schieratosi come un sol uomo a difesa dei salvataggi di Stato: a Wall Street come a Detroit. Ma invece che chiedere più tasse sui ricchi, sarebbe il caso di esigere una riduzione delle imposte che opprimono i meno abbienti e, al tempo stesso, un abbattimento della spesa.
Purtroppo pochi avvertono la portata della crisi debitoria in atto. La bulimia degli apparati statali sta squassando il mondo occidentale: messo in ginocchio da imposte, spesa pubblica e debito. Ma se le cose stanno così, non ha senso pensare di alzare le aliquote di quanti possono spostare altrove capitali e imprese (tanto più che si tratta, fino a prova contraria, di soldi che sono loro).
Il conflitto sociale auspicato da chi fa leva sull'invidia è funzionale alla difesa di apparati politici e burocratici che vanno massicciamente ridotti: in Europa come negli Stati Uniti. Se l'anziano Ron Paul, inviso all'intero establishment repubblicano, continua a restare in corsa e ha un forte sostegno tra la fascia più giovane dell'elettorato è esattamente perché ha compreso che è necessaria una svolta radicale in direzione del mercato.
Perché in America come in Italia si può certo aumentare le imposte e tartassare i ricchi. Bisogna però tener presente che l'esito più probabile è quello di diventare, assai alla svelta, una società di poveracci.