I richiami di Napolitano riguardano sempre tutti

Caro Direttore,
In riferimento alla «lettera aperta» dell’onorevole Raffaele Fitto, pubblicata su Il Giornale del 1° agosto scorso con il titolo Gli eccessi delle toghe e il silenzio del Csm, sull’intervento del Presidente della Repubblica alla seduta plenaria del Consiglio Superiore della Magistratura del 23 luglio 2007, vorrei rilevare che le affermazioni del Capo dello Stato valgono esattamente «per il passato, per il presente e per il futuro» in termini di principio, senza mai entrare nel merito di casi concreti e di atti specifici dell’Autorità Giudiziaria.
Le espressioni con cui, in questa occasione, il Capo dello Stato - nell’esercizio del suo diritto-dovere di sottoporre all’attenzione del Consiglio temi di rilevanza generale che attengono alla giurisdizione - ha ribadito la necessità per tutti i magistrati di non inserire nei provvedimenti giudiziari valutazioni o riferimenti eccedenti rispetto alla finalità dell’atto emesso, non solo hanno richiamato esplicitamente quanto già detto dal Presidente Napolitano il precedente 6 giugno 2007, sempre davanti al Consiglio Superiore, sull’esigenza che i capi degli uffici esercitino un attento controllo sul superfluo inserimento - nella motivazione dei provvedimenti giudiziari - di riferimenti a persone terze, ma hanno anche altri precedenti.
Infatti, già il 1° agosto 2006, nel corso della cerimonia di insediamento del nuovo Consiglio Superiore e quindi proprio in epoca prossima ai provvedimenti giudiziari che avevano interessato l’onorevole Fitto, il Presidente Napolitano aveva ricordato che «serenità, riservatezza e equilibrio rappresentano per i magistrati il primo presidio della loro autonomia e della loro indipendenza, alla cui salvaguardia è preposto, secondo la Costituzione, il Consiglio Superiore, chiamato a tutelare i magistrati da qualsiasi forma di delegittimazione, ma anche, ove necessario, a richiamarli a non discostarsi dal loro codice etico».
Quanto ai principi del codice etico, che rappresentano parametri essenziali di valutazione della condotta di ogni giudice o pubblico ministero, risulta che ad essi ha fatto spesso richiamo il Consiglio Superiore nelle sentenze disciplinari e, da ultimo, in quella depositata il 20 luglio 2007 laddove, nel motivare la sanzione inflitta a un magistrato, ha ricordato che, per chi svolge tale funzione, la misura «non è questione di buone maniere, ma elemento costitutivo della professionalità del magistrato, in quanto manifestazione dell’imparzialità e dell’equilibrio che ne deve connotare l’attività».
*Direttore dell'Ufficio per la Stampa e l'Informazione del Quirinale