I riformisti costretti a puntare su Rafsanjani

L’ex prigioniero politico Baghi: «Male minore»

Gian Micalessin

da Teheran

Meglio friggere a fuoco lento nel vecchio e consumato padellone del docile conservatore Hashemi Rafsanjani o gettarsi a testa bassa nei roghi purificatori promessi da Mahmoud Ahmedinejad? Chi li ha sperimentati o ha provato le segrete del carcere di Evin non ha dubbi. «Se devo decidere tra il male e il peggio allora scelgo Rafsanjani». Parola di Emadeddin Baghi, 42 anni, professore e giornalista sbattuto dentro e fuori di galera per aver denunciato sei anni fa le persecuzioni e l’eliminazione fisica di un gruppo di dissidenti. Ma oggi Baghi e l’ex presidente Rafsanjani, sospettato a suo tempo di aver coperto il complotto per l’eliminazione degli oppositori, sembrano marciare mano nella mano. Poche ore dopo la conferenza stampa di Baghi è lo stesso Hashemi Rafsanjani a lanciare un accorato appello per fermare «l’estremismo politico di Ahmadinejad» e salvare le libertà civili della società iraniana alleandosi con il movimento riformista. E Reza Khatami, fratello del presidente uscente e leader di quel Fronte della Partecipazione Islamica che guida il movimento riformista sembra già dir di sì.
«Il pericolo è quello di vedere i militari intervenire nelle elezioni e nella politica, per questo dobbiamo tendere la mano a tutti i partigiani della libertà, della democrazia e dei diritti umani» recitava ieri sera un comunicato con cui i leader del Fronte invitano a votare per l’«avversario» Rafsanjani. «Non ho mai risparmiato le critiche anche dure a Rafsanjani - premette intanto l’ex prigioniero politico Baghi - ma adesso ci troviamo di fronte a una situazione politica eccezionale, una vittoria di Ahmedinejad rappresenterebbe la fine del movimento dei diritti civili e l’inizio di un periodo atroce per i prigionieri politici. La vittoria di Rafsanjani comporterebbe una differenza minima. Dobbiamo invece sconfiggere il sindaco di Teheran con almeno l’80 per cento dei voti contro il 20 per cento. Soltanto così respingeremo la sfida reazionaria». Le parole di Emadeddin Baghi, presidente del Comitato per i diritti dei prigionieri, non sono - e lo ammette lui stesso - un programma politico, ma un grido di allarme dettato da sana e genuina paura. «Non siamo di fronte a dei conservatori tradizionali - ripete Emmadeddin - ma di fronte allo schieramento più reazionario dell’apparato militare. Qualcuno s’illude che la società non possa regredire, ma la storia più recente dimostra il contrario, pensate a cos’è successo in Afghanistan con i talebani e capirete cos’ho in mente».
Le angosce di Emadeddin Baghi da ieri tormentano gran parte dello schieramento riformista. E l’angoscia è tale da far dimenticare la rabbia e la delusione per la sconfitta dell’ex ministro della Cultura Mustafa Moin, ritrovatosi di colpo al quinto posto dopo esser stato indicato per giorni come l’unico possibile sfidante di Rafsanjani al ballottaggio. Ma la sconfitta e le recriminazioni sui voti rubati o sulle sospette manovre delle forze paramilitari per manovrare il voto sono già acqua passata. Ora bisogna garantirsi la possibilità di continuare a far politica.
Così al quartier generale di Moin i roboanti progetti di mobilitazione delle piazze accampati dopo la sorprendente sconfitta di sabato sembrano già archiviati. Moin e gli altri leader cercano invece di capire come metter fine all’autolesionismo del proprio movimento. Di fronte all’apatia dell’elettorato i riformisti non hanno trovato di meglio che dividersi tra i fautori di un impossibile boicottaggio e i sostenitori di Moin arroccati intorno a un programma e a un leader incapaci d’ammaliare. Ora la parola d’ordine è la battaglia a quell’astensionismo costato, secondo alcuni calcoli, almeno un 15 per cento di voti. Quel che bastava a garantire l’affermazione di Moin al posto di quella del truce Ahmadinejad. Ma i riformisti più pragmatici e i sostenitori di Rafsanjani devono fare i conti anche con un persistente radicalismo, indifferente al pericolo di una vittoria del super falco Ahmadinejad. A incarnarlo in queste ore è il premio Nobel Shirin Ebadi, che indifferente a tutto e tutti sostiene il suo diritto-dovere di non votare per un sistema governato da poteri non elettivi. «Finché esisterà un potere capace di supervisionare il voto - ha detto la battagliera paladina dei diritti civili - io non parteciperò ad alcuna elezione».

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