I riformisti «licenziano» Bersani Democratici al bivio sul lavoro

RomaIchino e Renzi da una parte, Di Pietro e Vendola dall’altra: di fronte al precipitare della crisi, il Pd si ritrova strattonato tra due impostazioni radicalmente diverse. E «siamo al bivio finale», assicura un dirigente, vicino a Bersani ma sempre più in sofferenza.
Il segretario del Pd, secondo i suoi critici interni, è convinto che la foto di Vasto (lui sul palco insieme a Tonino e a Nichi) sia quella dell’unica alleanza possibile, e che se si andasse subito alle primarie e poi al voto vero lui ne uscirebbe vincitore, e anche Casini dovrebbe scendere a patti. Ma l’ala più riformista e moderata del partito guarda con un certo raccapriccio allo scenario, che rievoca fasti e nefasti dei Progressisti di Occhetto o dell’Unione prodiana, impossibilitata a governare; spera in un governo di transizione che blocchi questa deriva all’indietro e - da sabato scorso - guarda a Matteo Renzi come possibile eroe di una riscossa interna.
Intanto, le riforme che il governo ha promesso di presentare per fronteggiare la crisi sono foriere di nuove lacerazioni nell’opposizione. Cosa succederà nel Pd se davvero il governo, come ha accennato, farà sua la proposta del senatore Pietro Ichino su un nuovo «codice del lavoro, che tenga insieme flessibilità e garanzie? Il testo firmato da altri 54 senatori democrat.
«Questa potrebbe essere una vera, grande riforma bipartisan», si era augurato Ichino. Se lo augura - con qualche dubbio - anche Giorgio Tonini, esponente dell’ala liberal veltroniana e firmatario della proposta: «Che il governo dica che intende muoversi su questa linea mi pare una buona notizia, e se lo facesse il Pd avrebbe il dovere di affrontare il dibattito in Parlamento senza pregiudizi». Anche se, sottolinea il senatore democrat, «resto molto scettico sulla capacità di questo governo di fare fronte agli impegni chiesti dall’Unione europea», ed è uno scetticismo che non risparmia del tutto neppure le opposizioni: «Credo che solo un governo di emergenza, con un premier estraneo agli attuali schieramenti e con un largo sostegno parlamentare potrebbe affrontare positivamente nodi come questi».
Non a caso, il Pd non ha mai fatto in realtà sua la proposta Ichino, che non piace all’ala più legata alla Cgil e alla sinistra ex Ds: «Veltroni, al Lingotto, la aveva fatta propria - racconta Tonini -, ma il partito non la ha mai veramente discussa, e con la segreteria Bersani non è andato in quella direzione». Alla conferenza nazionale sul Lavoro di Genova, lo scorso giugno, ricorda Tonini, «il documento di base firmato dal responsabile economico Stefano Fassina e dall’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano andava in tutt’altra direzione e non la citava neppure. E secondo me è stato un grosso errore da parte del Pd: quella di Ichino resta la proposta più organica e innovatrice, un punto di mediazione importante tra la difesa dei lavoratori e la necessità di maggiore flessibilità. Secondo il modello della flex security, cui si ispira ormai tutta Europa». Eppure, dice l’esponente liberal, proprio la drammaticità della situazione economica potrebbe vincere le resistenze conservatrici nel Pd: «C’è una consapevolezza sempre più diffusa che il partito non può chiudersi a riccio di fronte alla necessità di dare risposte, che non possono più essere quelle tradizionali».