I riformisti sacrificano Marx sull’altare del Partito unico

Giancristiano Desiderio

Se volete sapere con chiarezza e onestà perché in Italia non c'è, purtroppo, una vera sinistra riformista non dovete dedicarvi alla lettura delle interviste di Giuliano Amato, il dottor Sottile che a furia di essere sempre più sottile ha difficoltà a vedersi allo specchio, ma al caro vecchio Marx. Può apparire paradossale, ma è così. Ma non perché gli ex comunisti siano ancora intrappolati nella barba del socialismo scientifico di Marx e non sappiano che strada prendere per approdare al socialismo liberale; piuttosto, perché nell’ansia di rifarsi una vita e un’impossibile verginità politica hanno tagliato la barba dell’autore del Capitale (mai realmente letto) proprio quando poteva, almeno una volta, essere utile a loro e a noi. Marx, infatti, è sì quel falso profeta hegeliano più hegeliano di Hegel che, come recita il Manifesto del partito comunista, diceva che il mondo non andava più interpretato ma cambiato con la violenza, ma è anche l’autore visionario che ha visto in anticipo la globalizzazione e si è fatto sostenitore di un mercato e di una politica mondiali. Il primo Marx è un cattivo maestro che va ascoltato per essere severamente criticato; il secondo Marx ci può ancora dire qualcosa di utile.
Se ne è reso conto Jacques Attali, consigliere a suo tempo del presidente Mitterrand, che ha scritto la bella biografia intellettuale Karl Marx ovvero, lo spirito del mondo (Fazi Editore). Detto con una formula: si tratterebbe di prendere Marx senza il marxismo e non c’è nulla di cui stupirsi dal momento che lo stesso Marx, sentendo puzza di bruciato e di stupidaggini, già diceva «io non sono marxista». Ma alla sinistra di casa nostra, dove si racconta la favola del Partito democratico che tutti per scherzo dicono di voler fare, se citate Marx vi guardano strano e vi dicono alla maniera del don Abbondio di Manzoni: «Marx? Chi era costui?». Dimostrando, appunto, di essere marxisti senza Marx, di aver buttato il bambino e non l’acqua sporca, di essere cresciuti alla scuola sovietica della menzogna e della manipolazione. Marx, al netto della critica e degli errori, non è da confondersi né con Lenin, né con Stalin (veri inventori dell’universo concentrazionario che ha dilagato nel Novecento) e in tempi in cui l’orfana sinistra italiana vorrebbe, con decenni di ritardo, almeno uno straccio di identità socialista, proprio Marx può dare un contributo culturale e simbolico utile alla causa minore della casa democratica. Sennonché, per incamminarsi su questa strada la sinistra non dovrebbe, come invece ha fatto, rimuovere il passato, ma criticarlo. I suoi maggiori esponenti, da Fassino a D’Alema passando per Veltroni l’africano kennediano, sono tutti nipotini di zio Palmiro e piuttosto che battersi pubblicamente il petto e dire mea culpa, mea culpa, mea massima culpa sono esperti nel ramo della doppia verità e doppia morale. Così in Italia il Pci non ha partorito, con la sua dipartita, dei comunisti che hanno scoperto fuori tempo massimo la socialdemocrazia, ma i post e gli ex comunisti che con Montale possono dire «non chiedeteci la parola, solo questo oggi possiamo dire, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Alla sinistra di queste ombre, ci sono dei partiti comunisti senza Pci e, alla sinistra di questa sinistra sinistra, c’è tutto un mondo indistinto che è arrabbiato col mondo globale: i cosiddetti noglobal. Inneggiano a Marx e non sanno che Marx era un fautore della globalizzazione che fece perfino l’apologia del libero scambio.
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