I rifugiati: «Dateci la casa o torniamo in piazza»

Ora chiedono un vertice in prefettura con l’«amico» Penati

Gianandrea Zagato

«Vogliamo vedere la televisione non solo durante i pasti, fare la doccia non solo dalle 7 alle 9 e, last but not least, mangiare non solo agli orari prestabiliti». Ecco i desiderata presentate al Comune dai duecentosessanta ex abusivi di via Lecco ospitati in container e dormitori pubblici dopo lo sgombero dallo stabile in zona Porta Venezia. Elenchino accompagnato da una certezza: si tratta di richieste a tempo determinato ovvero valide sino al 10 gennaio. E dopo? «O le istituzioni trovano una "soluzione" definitiva oppure riprendiamo la protesta»: sì, i duecentosessanta presunti rifugiati politici sono pronti a tornare nuovamente in strada forti del supporto politico garantito da Rifondazione comunista.
Strategia di chi considera «temporanee» le determinazioni assunte da Palazzo Marino e valuta, invece, «positivamente le promesse firmate dal presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, che ha già mostrato solidarietà umana in un momento di bisogno». «Promesse» che, attenzione, a undici giorni dallo sgombero ancora non sono state concretizzate: «Chiediamo una struttura dedicata ai rifugiati politici, programmi di introduzione nella società e progetti di crescita». Impegni messi nero su bianco, dicono, da Penati alla presenza del prefetto Gian Valerio Lombardi: e tanto basta per spingere i «rifugiati» a reclamare un incontro con chi «ci ha dato solidarietà, ha fatto da mediatore e ha permesso di togliere dalla strada donne e bambini».
Incontro entro stamani «per poter valutare soluzioni più adeguate, poter stare tutti insieme e cominciare quel processo di integrazione che ci dia gli strumenti per vivere dignitosamente in Italia». Ma dalla prefettura milanese si fa sapere che la richiesta siglata dall’«Unione dei rifugiati di via Lecco» è «tutta da valutare». Come dire: il faccia a faccia tra gli ex occupanti di via Lecco e le istituzioni non è in calendario e, anzi, è da verificare l’opportunità o meno perché nessun impegno era stato preso dalle istituzioni chiamate in causa, esclusa la Provincia. Già, si rivive l’affaire dei rom sgomberati lo scorso giugno dalla favela di via Capo Rizzuto e che da allora attendono la costruzione di quel villaggio solidale vagheggiato da Penati.
E mentre Forza Italia stigmatizza quest’ennesimo «pacco vuoto della giunta ds», la Cgil «deplora chi come il Comune alimenta il conflitto sociale, utilizzando anche le menzogne». Quali? Ad esempio i bambini che, secondo i presunti rifugiati, non sarebbero mai «spariti come sostenuto dall’assessore Tiziana Maiolo» ma si troverebbero «ospiti di una gentile signora milanese». Chiedere dettagli in più serve solo ad ottenere silenzio come resta pure senza risposta la domanda sul mistero del numero delle persone coinvolte: nessuna chiarezza né sulle differenze di conto dei tre censimenti (quello fatto dalla questura in via Lecco, in Via Barzaghi e, oggi, nei centri d’accoglienza del Comune) né sulla situazione giuridica dei duecentosessanta che, dati della questura, vede solo quindici immigrati in possesso dello status di rifugiato. Ma pure questo è un dettaglio: «Non chiediamo altro che il rispetto dei diritti che ci spettano e per tutti. Altrimenti? Non abbiamo bisogno di fare cose illegali ma se l’Italia ci riconosce come rifugiati solo con un pezzo di carta allora è meglio che si riprenda quei pezzi di carta e ci rimandi indietro».
Possibilità che, stamani, i presunti rifugiati racconteranno ai rappresentanti dell’Alto commissariato dei rifugiati per le Nazioni Unite in visita a Milano. Ultimo appuntamento ufficiale sul calendario prima del dieci gennaio, prima della nuova protesta di strada che i supporter politici ben si guardano dall’evitare: «Perché dovremmo togliere ’sta castagna dal fuoco al Comune?» osserva Gianni Occhi. Osservazione di chi è già in campagna elettorale.