I rimproveri all'Europa: "Bruxelles ancora s'illude che la guerra sia lontana"

A Tallinn sono preoccupati dall'assenza di un esercito europeo: «L'Ue scoprirà troppo tardi, come accaduto nei Balcani, che per contare non bastano gli euro»

Vista dall'Estonia e dalla regione baltica, l'Europa sembra insieme trionfare e fallire. Nel senso che con l'indipendenza delle tre repubbliche, ottenuta nel 1991 nella fase di sfaldamento dell'Urss, l'Europa ha qui riacquistato antiche radici e nuova ragion d'essere per il ruolo democratico che vorrebbe affermare nel contesto globale (tra l'altro l'adeguamento di quest'area agli standard Ue è stato stupefacente), ma nel contempo Bruxelles e la sua anacronistica politica estera e di difesa qui appaiono in tutta la loro fragilità e vulnerabilità. Se vi è un altro angolo dell'Unione, oltre a quello sempre più caldo del fianco meridionale e mediterraneo, nel quale l'Europa si mostra politicamente disarmante perché disarmata, è a ridosso del confine russo dove, secondo il ministro della Difesa britannico Michael Fallon, esiste il «concreto pericolo di una aggressione di Mosca».

C'è una sempre più massiccia presenza Nato (cioè decisa e sviluppata dagli Stati Uniti), che non fa altro che rendere ancora più imbarazzante l'assenza di una forza di difesa europea in Paesi come i Baltici dalla forte carica simbolica, sia da un punto di vista storico per la loro antica e sincera vocazione occidentale, sia geografico perché esposti a scenari di tipo ucraino.

«L'Europa è fuori dal mondo», dice Martin Hurt, giovane analista dell'International Center for Defence Studies di Tallinn, «perché si illude che la guerra sia una cosa dell'altro mondo. Si culla nell'utopia che dopo la Guerra fredda si possa mantenere la pace con il soft power , la cooperazione economica, gli scambi culturali e le dichiarazioni politicamente corrette». «A Bruxelles pensano che la Russia sia ancora nel 2005, inesorabilmente avviata verso la democrazia... Non considerare l'eventualità di uno scontro militare con la Russia è miope, solo la Gran Bretagna è consapevole che il Cremlino è pronto a usare la forza in ogni momento. Noi sappiamo con chi abbiamo a che fare, Putin è pronto a colpire prima che la Nato decida di presidiare la regione con forze permanenti». «L'Europa se vuole difendere i suoi valori ha bisogno di un esercito», afferma Hurt. Che è quello che sostiene da tempo, voce nel deserto, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. L'unico modo per essere una forza internazionale, dice Juncker, è di contemplare l'uso della forza.

A Tallinn dicono che l'esistenza di una vera difesa comune europea eviterebbe, come nel caso delle sanzioni contro la Russia, contraccolpi economici che alla fine producono solo divisioni nella stessa Ue. Come Juncker o come la ministra della Difesa tedesca Ursula von der Leyen («il nostro futuro come europei sarà possibile solo attraverso la creazione di un esercito europeo») anche i conservatori estoni ritengono che non è possibile immaginare una efficace politica estera o una vera integrazione europea senza una politica di sicurezza comune. «Bisogna essere realisti, una cosa è essere contrari alla guerra, altra pensare che l'ipotesi della guerra si scongiura semplicemente ritenendola una eventualità troppo incivile per noi europei moderni ed educati...», dice Mart Helme, ex ambasciatore a Mosca negli anni successivi all'indipendenza post Urss e ora leader del Partito conservatore che si ispira ai movimenti agrari reazionari baltici d'inizio Novecento. «Saranno gli eventi a imporre l'agenda, ma forse sarà troppo tardi e l'Europa, come abbiamo già visto durante le guerre balcaniche, scoprirà che per contare nel mondo non basta saper contare gli euro».

Marzio G. Mian