I rischi dell'impero americano

La decisione del presidente Bush di «negare l’accesso allo spazio ai nemici dell’America» può essere intesa come un’espressione di spavalderia elettorale, un rigurgito di imperialismo in crisi o un tentativo di ripristino di potenza. Interpretare una dichiarazione così strategicamente impegnativa come un «trucco» elettorale, equivarrebbe ad ignorare la visione politica di un personaggio che, con tutti i suoi difetti, è certo mosso da un forte senso di missione. Più valida invece appare la seconda ipotesi. La logica imperiale impone al potere il paradosso dell’indebolimento dovuto all’allargamento delle frontiere, rese sempre meno sicure dallo sforzo di difendere l’ultima conquista. Di questa marcia imperiale americana verso la rovina vi sono molti segni: rallentamento della crescita del Prodotto interno lordo; aumento colossale dell’indebitamento interno ed estero; consolidamento alle frontiere «imperiali» di regimi di dittatori ostili come Hugo Chavez in Venezuela, Ahmadinejad in Iran, Kim in Corea; risveglio «vendicativo» dei vecchi nemici russo e cinese e alienazione di storici alleati europei. L’indebolita influenza di Washington sulle sue «marche» latinoamericane e mediorientali sembra un altro chiaro segno del collasso di quell’impero che già cinquant’anni fa Raymond Aron aveva definito «Repubblica imperiale».
Forse, ma non necessariamente. Contrariamente a Roma e ad altre grandi potenze territorialmente cresciute oltre misura e per questo esplose, il territorio non è l’espressione dell’identità «nazionale» americana. La frontiera mobile, sì.
Paese di immigrati fautori della sua straordinaria energia, gli Stati Uniti continuano ad avere una demografia in crescita, unico caso fra i Paesi industrializzati. L’America resta comunque l’incontestata superpotenza tecnologica. Sulla terra questa superiorità è oggi messa in discussione da un imperialismo islamico in espansione che, congiungendo terrorismo e tradizionalismo religioso, stabilisce regole di una guerra asimmetrica alla quale la potenza militare «classica» americana non ha ancora trovato risposta. Non è detto, però, che non la trovi proprio portando il campo di battaglia nello spazio.
C’è un precedente - curiosamente stabilito dal passato scontro mortale fra l’Europa cristiana e l’Impero ottomano - che fa riflettere. Tre secoli di trionfale sviluppo coloniale europeo hanno fatto spesso dimenticare che quando gli ottomani conquistarono Costantinopoli nel 1453 l’intera Europa fu presa per decenni dal panico, sentendosi militarmente e politicamente incapace di far fronte alla inarrestabile avanzata islamica tanto da Oriente che da Occidente (basta pensare alle torri di difesa contro i saraceni disseminate lungo le coste italiane e addirittura fin nell’interno, in Piemonte). Un’offensiva che nel caso dell’Impero ottomano si sentiva così sicura di sé tanto da permettere ai reggimenti cristiani di celebrare la messa, accanto alle preghiere propiziatorie musulmane, prima di dare l’assalto alle fortezze cristiane.
Due secoli dopo, nel 1683, l’irresistibile ondata conquistatrice islamica fu fermata davanti a Vienna. Il merito non fu soltanto di Eugenio di Savoia, di Carlo di Lorena e di altri condottieri cristiani che in 16 anni di lotta portarono - con la pace di Karlowitz (1699) - alla fine di ogni velleità imperiale islamica. Ma anche perché in quei due secoli (spiega Carlo Cipolla nel suo magistrale libro Vele e Cannoni, Il Mulino, 1983) lo sviluppo della tecnologia navale e militare in Occidente permise all’Europa di prendere gli imperi islamici alle spalle in Asia e in Africa.
Non è detto che il presidente Bush sia stato spinto da una visione storica all’allargamento della «frontiera» americana fino ai confini dello spazio. Ma gli Stati Uniti, con o senza Bush, questa capacità non solo la posseggono, ma con essa distanziano i loro avversari tecnicamente più sviluppati - Europa, Cina, Russia -, per non parlare dei Paesi islamici.
Chi si sta entusiasmando del tramonto dell’impero americano non dovrebbe scordarselo.