I rischi della politica «tecnica»

Giuseppe Cantarano

Tranne Romano Prodi, che ha espresso «forte soddisfazione» per il risultato delle elezioni suppletive della Camera che si sono svolte domenica a Roma e Catanzaro, non mi sembra di aver letto altri commenti. Peccato. Perché piuttosto che esultare, bisognerebbe chiedersi se l'istituto della rappresentanza, così com'è concepito, sia ancora in grado di svolgere la sua funzione democratica, tesa a selezionare il ceto politico. È una discussione aperta, nelle democrazie occidentali. Alle prese, da alcuni anni, con un drastico calo della partecipazione ad ogni tipo di consultazione elettorale.
Ma qual è - se c'è - la soglia oltre la quale l'astensionismo, da fisiologico, può trasformarsi in una minaccia patologica per le democrazie? Prendiamo il citato caso delle elezioni suppletive di Roma e Catanzaro. L'affluenza alle urne è stata solo del 16 per cento degli aventi diritto a Roma e del 21 a Catanzaro. Pertanto, l'astensionismo è stato dell'84 per cento nel primo caso e del 79 nel secondo. Non saprei dire se tali cifre siano da considerarsi al di qua della soglia fisiologica. Se così fosse, il ceto politico sarebbe destinato a riprodursi anche se, per ipotesi, solo l'1 per cento degli elettori esprimesse il suo voto, mentre il restante 99 per cento disertasse le urne.
Insomma, sembrerebbe che nelle moderne e consolidate democrazie, l'istituto della rappresentanza stia diventando superfluo. Il ceto politico - quello che, ad esempio, in Italia era l'espressione dei grandi partiti di massa - ha svolto con successo la funzione di rappresentanza. Ma una volta che le «masse» sono state incluse definitivamente nelle istituzioni democratiche, la funzione politica dei partiti non è più quella di rappresentare il popolo, ma di governarlo. E per governarlo non è necessario che il ceto politico sia investito da una legittimazione popolare. È sufficiente quel minimo consenso «tecnico» - proveniente solo dal sistema politico - con cui il ceto politico si autoriproduce. Quel 16 per cento di elettori che ha votato a Roma, chi rappresenta, se non lo stesso ceto politico espressione della coalizione dei partiti che ha sostenuto il candidato vincente?
L'impressione diffusa è che alla politica intesa come vocazione - se mai c'è stata - stia subentrando, nelle moderne democrazie, la politica come professione. Una professione che, soprattutto in Italia, è peraltro ben remunerata. Se è vero che i nostri politici - come ha scritto Stefano Micossi sulla Stampa di martedì - sono i meglio pagati d'Europa. Basti pensare ai 12.000 euro mensili guadagnati da un nostro europarlamentare. Un'enormità, se paragonati ai 7.000 euro di un suo collega dell'Austria, il Paese più generoso dopo il nostro. E che dire dei 1300 euro mensili percepiti da un semplice consigliere di circoscrizione di Catania o dei 5200 di un presidente, sempre di circoscrizione? Ma di questi casi di «professionalizzazione» della politica se ne potrebbero fare tanti altri.
Se la politica diventa «un impiego pubblico, più che una funzione rappresentativa» - scrive Micossi - non c'è il rischio che venga meno qualcosa di importante nelle nostre democrazie? È vero che nelle democrazie mature la politica deve diventare sempre di più una professione. Ma senza un pizzico di «vocazione» - come diceva Max Weber - la professione non si risolve in una semplice tecnica di potere?
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