«I risparmiatori hanno paura della Borsa»

Nel 2005 la raccolta dei fondi azionari è stata negativa per 4,4 miliardi

Angelo Allegri

da Milano

Guido Cammarano è soddisfatto. Da presidente di Assogestioni, l’associazione che riunisce le società che si occupano di risparmio gestito, commenta un 2005 di crescita per i fondi di investimento: la raccolta netta complessiva è stata di 8,4 miliardi, il patrimonio ha superato i 584 miliardi (+7,76%). Se poi si considera il risparmio gestito nel suo complesso (comprese le polizze unit linked, il private banking e così via) il denaro affidato ai gestori italiani supera i mille miliardi. «È una sorta di consacrazione del ruolo del settore», spiega.
Tra i dati di consuntivo per il 2005 spicca però un dato: gli italiani continuano a stare alla larga dai listini azionari: nei 12 mesi hanno tolto 4,4 miliardi ai fondi che investono nelle Borse.
«Facile capirlo: chi si è scottato con l’acqua calda ha paura anche di quella fredda. C’è stato lo scoppio della bolla Internet, gli scandali finanziari. Nell’era del dopo-Bot l’investitore medio ha fatto conoscenza dei mercati in maniera un po’ traumatica. Per questo sembra non fidarsi della Borsa».
E il rischio è che entri quando ormai è tardi. In tre anni i listini hanno guadagnato il 50%, ma tra i mesi più positivi della raccolta ci sono gli ultimi due. Guardando alle statistiche la quota dei fondi azionari sfiora il 25% del patrimonio medio dei risparmiatori. Più o meno la metà di quanto accade negli Usa e molto meno della media europea che è intorno al 37%.
«È il frutto di un’altra educazione finanziaria, di abitudini e conoscenze che si sono formate con il tempo. E con il tempo ci arriveremo anche noi. Per il momento il dato italiano riflette una propensione al rischio che è azzardata, come nel caso di investimenti come i Tango-Bond, o è molto bassa».
A proposito di rischio, per il 2005 c’è un fenomeno di rilievo: il boom degli hedge funds, i fondi speculativi, a cui nel 2005 dai risparmiatori sono arrivati investimenti per 4,4 miliardi.
«Sì, ma bisogna tenere conto che qui si parla di un altro livello di clientela. L’investimento minimo in un hedge è di 500mila euro e chi ha somme di questo tipo di solito ha anche una buona conoscenza dei mercati finanziari. Diverso il profilo di chi investe in un comune fondo. Per il 50% e oltre si tratta di semplici lavoratori dipendenti»
I quali spesso non ricevono una consulenza di altissimo livello.
«È vero, ci si potrebbe aspettare di più. Ritornando al discorso che facevamo prima quando i fondi, per esempio, sono distribuiti da una rete di promotori finanziari la percentuale investita in Borsa aumenta. Diverso il discorso per banche o assicurazioni che spesso hanno avuto interesse a puntare su offerte più remunerative come unit linked o in genere prodotti strutturati. Diciamo che nella migliore delle ipotesi il risparmiatore italiano è assecondato ma di solito non è adeguatamente orientato».
Dal primo gennaio di quest’anno c’è una novità importante per i fondi. Possono investire, senza che questo crei un limite di sottoscrizione, fino al 20% del patrimonio in hedge fund. Che conseguenze ci saranno?
«È una riforma che risponde a un’esigenza sentita. E che si rispecchia anche nel buon andamento dei fondi flessibili che hanno avuto una raccolta positiva per 5,9 miliardi. Quella di dare libertà al gestore e di fornirgli degli strumenti in più per lavorare ancora meglio».
Sui risultati dei fondi le polemiche però non mancano. Secondo un’indagine di Plus, il settimanale del Sole 24 Ore, l’82% dei fondi di investimento italiani non raggiunge il benchmark, il parametro di riferimento scelto dallo stesso gestore.
«Questo non significa nulla. Capita in tutto il mondo che l’80% dei fondi non raggiunga il benchmark. Quest’ultimo è un riferimento che serve soprattutto per individuare il profilo di rischio dell’investimento. Quello che conta è il rendimento».