I risultati negativi bocciano la dirigenza del Pdl ligure

Egregio Lussana, nel dibattito sul Pdl ligure si registrano tre interventi degni di nota. Scandroglio (20/6), Lussana (21/6), Morgillo (22/6). Si apre così finalmente una vera dialettica che investe lo stato del Partito e la sua leadership. È scontato che all'approssimarsi della scadenza del mandato parlamentare si tenti di ottenere il suo rinnovo con l'assunzione di una serie di iniziative, anche legislative, che lasciano il tempo che trovano, anche se poste in risalto da Lussana nel suo intervento.
Non è sufficiente per rafforzare una posizione nel Partito la descrizione della genesi della crisi economica dell'Occidente e i suoi effetti traslativi sul nostro Paese. Un esercizio di scuola. Niente di nuovo. Non basta muovere critiche a Monti che impone sacrifici e massacra il nostro elettorato e non scegliere di provare a congedarlo.
Non convince il richiamo allo spirito del 1994 con il quale Forza Italia sconfisse la gioiosa macchina da guerra di Occhetto e Borrelli, quando si è corresponsabile della liquidazione di quel programma liberale vincente e si è contribuito, da posizioni di rilievo, alla trasformazione e alla gestione del Partito in una sconquassata democrazia cristiana.
Occorre una nuova politica. Ripartire da quelle idee-forza. Un ricambio generazionale. Occorre soprattutto liberare Berlusconi dalla stretta soffocatrice di quanti lo circondano affievolendo la sua creatività politica. Di quanti hanno costruito con una povera politica routinaria la propria fortuna politica alla faccia di quella rivoluzione liberale da tutti noi sognata.
Sarebbe stupefacente se in forza del ruolo parlamentare se ne facesse leva per accreditarsi come valido dirigente di Partito. O viceversa. I due piani devono essere tenuti ben distinti. Non confusi i due profili, quello del parlamentare e quello del dirigente che sottointendono competenze, preparazione, professionalità, attitudini e vocazioni diverse e postulano in sede consuntiva giudizi distinti in istanze diverse.
Spetta al gruppo parlamentare di appartenenza e agli organi ad esso preposti fare valutazioni appropriate sull'impegno quantitativo e qualitativo profuso in aula e soprattutto nelle competenti commissioni laddove è richiesta eccellenza nelle varie materie di pertinenza. Quantunque a livello di base è possibile disporre di elementi di cognizione e di valutazione, anche comparativi.
Spetta al Partito quale soggetto politico assembleare (e non nei ristretti ambiti di cooptati e di yes man) valutare se il coordinatore regionale abbia ben assolto i compiti chiesti e ricevuti in direzione della tenuta e della crescita elettorale, dello sviluppo organizzativo, della proposta politica e della formazione dei quadri necessari alla continuità. Visto il risultato elettorale negativo ne deriva che il ruolo e le funzioni del coordinatore regionale non sono stati politicamente adeguati. Va da sé che il giudizio negativo va esteso anche a tutti i coordinatori regionali, tutti non a caso parlamentari, egualmente responsabili del disastro elettorale annunciato dacché Berlusconi, collettore e depositario dei voti, non è sceso in campo per offrire loro copertura.
Ne consegue che imprescindibili ragioni di partito impongono le loro dimissioni per manifesta incapacità. Nessuno escluso. Compresi i coordinatori nazionali dei quali ne abbiamo scoperto l'esistenza quando uno dei tre si è dimesso dall'incarico. Non è condivisibile quanto prospettato circa la legittimazione del coordinatore regionale da far passare attraverso la sua elezione da parte di tutti i dirigenti usciti dai congressi, considerato il modo fittizio e surrettizio con cui sono stati gestiti gran parte dei congressi ed acconciate le nomine dei dirigenti. Forse è auspicabile una fase costituente di una nuova forma-partito e una modalità diversa di selezione della sua classe dirigente a tutti i livelli.