I riti di Diliberto fra anarchici e auto blu

Culla un teschio, a lume di candela. Lo accarezza, estraendolo da una bacheca, dove un cervello sciacqua sotto formalina, intanto che una zingara intona nenie balcaniche da rito orfico. Simpatia per il diavolo, mentre si evoca lo spirito senza requie (giace insepolto) dell’anarchico Passannante, che nel 1878 cercò di uccidere Umberto I di Savoia? Eppure, tra il pubblico ipnotizzato dalla seduta di Ulderico Pesce, affabulatore lucano di scena alla «Cometa off», nel cuore di Testaccio, in prima fila siede Oliviero Diliberto, moglie al fianco. Segno che all’onorevole che ha giurato guerra alla base Usa di Vicenza, importa un fico di scansare la truculenza. Eppure, dopo il suo «Berlusconi ci fa schifo», Romano Prodi, curialmente, l’aveva messo in guardia: «Il Paese ha bisogno d’una calmata, certe espressioni truculente andrebbero evitate». Ma com’è noto, il leader pdci cerca visibilità agli occhi della sua base, là dove gli anarchici no-global si saldano ai ribelli di mestiere, ai giovani confusi, agli anziani vogliosi di comunismo antico. E dunque, infischiandosene dell’appello all’ordine, il compagno è corso a testimoniare la propria appartenenza alla Banda Passannante, da lui sponsorizzata come ministro di Grazia e giustizia, nel governo D’Alema.
«Mastella deve consentire che il carabiniere si scansi: chiedo di partecipare, in forma privata, alla sepoltura dei resti dell’anarchico. Insomma: la politica riporti Passannante a casa!», intima Diliberto, come se la politica non fosse lui, invocando un parce sepulto a suo dire ostacolato dall’Arma, custode dei macabri resti al Museo criminologico di Roma. Dove, stando al monologo di Pesce, travestito da carabiniere, che voleva fare il musicista e poi è finito celerino, «’o ministro Castelli», a suo tempo imperando sulla Giustizia italiana, dette ordine di lasciar perdere il mantello di Mastro Titta e l’ascia che scapitozzò Beatrice Cenci; il cranio di Villella, brigante calabro e quello di Passannante, cui Pascoli dedicò un’ode (finendo in galera).
Serata survoltata, dunque, e celebrazione con torta del compleanno di Passannante (nato il 19 febbraio 1849), a cura di chi ha due parti in commedia: Diliberto è politico di governo e antagonista; uomo di legge, che insegna all’Università La Sapienza, e di rivolta (nel 2004 fu cordiale con lo sceicco Nasrallah, capo di Hezbollah). Una versione Melandri, in giacca cachemire? No, Oliviero non balla da Briatore, vergognandosene, ma siede, godendo, con Filippo Bubbico, che nel 1999 si distinse, da sottosegretario Ds, per la richiesta di traslazione degli anarchici resti. Diliberto firmò, poi cadde il governo... Eccoci al trovarobato Anni Settanta, con la cantante Paola Turci che miagola «tra i governanti/ quanti perfetti e inutili buffoni» (da «Povera patria», Battiato) e la senatrice Heidi Giuliani, madre del martire ed «eroe» del G8 di Genova 2001, che promette: «Porterò a casa questo figlio», alludendo con la bocca all’anarchico anti-Savoia, ma col cuore al suo Carlo. «Vedo lo spettacolo ogni sera: una bella manifestazione, senza nessuna carica. Anche a Vicenza annunciavano violenze, e invece tutto è andato bene», polemizza la senatrice tremando, gli occhi a fessura da orientale senza età. A fine serata, il duo no-global sanremese «Têtes de bois» canta «Hanno tanto colpito e colpiranno ancora/ Sono gli anarchici» e il pubblico gusta tarallucci e vino. L’onorevole rivoluzionario, poi, scivola nella notte piovosa: l’auto blu lo aspetta. A distanza.