I ritratti inglesi di Elias Canetti

In «Party sotto le bombe», realizzato negli ultimi anni di vita, una magistrale serie di ritratti. Dal detestato T.S. Eliot a Iris Murdoch a John Aubrey

Nessuno ha mai scritto un’autobiografia barbosa. L’ha detto il grande Leslie Stephen (oggi ricordato quasi esclusivamente per il merito biologico, certo non disprezzabile, di essere il papà di Virginia Woolf). L’autobiografo, se non altro, è il massimo esperto dell’argomento che si è assegnato e, già solo per questo, ci induce all’ascolto. Un’autobiografia ci predisporrà sempre benevolmente nei confronti del suo autore e, quando la lasceremo, sarà ben difficile che diciamo: «Oh, finalmente!...». Per quanto mal scritta, un’autobiografia lascia il suo lettore con la voglia di un seguito, con il desiderio di sapere di più. Ma possiamo sapere di più? Quale autobiografo può raccontare tutta la storia, arrivare proprio alla fine? Chi racconta la sua vita sa che non potrà andare al di là di un certo punto. Alla narrazione, comunque, mancherà il racconto dell’evento più definitivo della sua vita: la morte. Un’autobiografia è sempre seguita da un silenzio. Non va così per i romanzi. Chi si aspetta una continuazione di Madame Bovary? O, per non citare proprio un romanzo in cui la protagonista muore, dei Promessi sposi? Perciò, qualunque seguito, qualunque nuova parola ci arrivi da quell’inevitabile silenzio autobiografico è un premio quasi divino, come se ci visitasse il morto. Proviamo a immaginare quale sarebbe la nostra gioia se all’improvviso ci arrivasse una continuazione della Vie de Henry Brulard, la stupenda autobiografia di Stendhal, o di quelle altrettanto stupende di Isherwood, Christopher and his Kind, e di Sartre, Les mots... Perché no? La storia della lettura è fatta di speranza. Il lettore, con l’innamorato, è il più illuso degli esseri, e a volte il più fortunato, come dimostrano i fatti.
Ai tre volumi dell’autobiografia di Elias Canetti - un’altra delle autobiografie che non vorremmo che finissero mai - si è appena aggiunto un miracoloso pezzettino: il racconto degli anni inglesi, con il titolo Party im Blitz (Party sotto le bombe nell’ottima traduzione italiana di Ada Vigliani, Adelphi, pagg. 250, euro 18). Si riparte dal 1938 (il terzo volume, Il gioco degli occhi, si fermava al 1937). Che inatteso guadagno! Gli scritti giacevano nei cassetti dell’autore - insieme a molte altre cose, che non vedranno la luce per molti anni ancora - e certamente non erano destinati a uscire nella forma in cui li leggiamo adesso. Eppure, anche in queste pagine provvisorie, in queste riflessioni incompiute, che Kristian Wachinger ha curato con scrupolo, ritroviamo il Canetti migliore. Canetti attese alla composizione del «libro inglese» nell’ultimo periodo della sua vita. Quando buttò giù il primo appunto (nell’ottobre del 1990), aveva ottantacinque anni. Non è invecchiato per niente; è rimasto l’autore della Lingua salvata.
Il libro parte con un energico attacco all’americano T.S. Eliot. Canetti lo detesta per una ragione fondamentale: è freddo. Non sopporta il suo snobismo, la sua tracotanza, il suo potere culturale. Eliot, secondo Canetti, ha assorbito il peggio dell’Inghilterra - l’aridità, l’impersonalità. Guai, in Inghilterra, fare domande, costringere l’altro a rivelarsi. Eppure Canetti, in Inghilterra, ci stava bene. A un certo punto si sentiva perfino inglese, tanto si era integrato. Conosceva tutti. Party sotto le bombe è una galleria di ritratti perfetti (come quelli di John Aubrey, che, non a caso, Canetti ricorda tra i grandi prosatori inglesi, dicendo addirittura che le sue Vite brevi avrebbe potuto scriverle lui). Qualche lettore del libro ha avuto da ridire sulla cattiveria dell’autore. È vero - Canetti è impietoso, falcia e demolisce con baldanza. Ma chi oserebbe rinfacciare a Piero della Francesca la bruttezza di Federico da Montefeltro? Giudicare una pagina con il criterio della bontà umana è roba da perpetue. Canetti potrà anche sembrare «cattivo» quando riduce la Iris Murdoch (nota scrittrice e sua ex amante) a una donnetta da quattro soldi, mangiatrice di uomini (e di donne) e opportunista incallita, ma non è così, se ancora ci importa capire qualcosa della letteratura.
Canetti non parla delle persone: le costruisce. E le costruisce con lucidità e con pazienza, tocco dopo tocco, sorprendendoci a ogni frase. È raro trovare uno scrittore che abbia creduto tanto alle sue impressioni e le abbia seguite con tanta fedeltà. Canetti è assolutamente soggettivo, idiosincratico, perentorio, e così vuole essere. In questo sta il suo più grande insegnamento, e da lì discende la sua forza espressiva. Nessuna concessione al didascalismo o al commento, solo il giudizio. Dietro alla descrizione di tanta gente, famosa e no, dietro alle riflessioni sulla diversità degli inglesi, dietro alle opinioni più diverse, il lettore serio sente non la cattiveria o la bontà, ma la ricerca di una lingua esatta, la volontà di definire i pensieri, il culto della buona prosa e dei libri. La civiltà, per Canetti, è nelle parole. E la gelida Inghilterra, con i suoi maestri, è lì a provarlo.