I Rolling Stones lasciano la Emi. L’epoca delle "major" è alla fine

Dopo Radiohead e McCartney anche la band di Mick Jagger cambia casa. Multinazionali in crisi e incapaci di fare i conti con l'arrivo del web

Milano - E figurarsi se non ci pensavano anche i Rolling Stones. Da ieri sono l’ultima megaband in fuga dalla Emi, che è una casa discografica con un pedigree come si deve, legato ai Beatles, ai Pink Floyd e ad altri gruppi rock che, diciamolo, hanno fatto la storia del Novecento, mica solo della musica. È, per dirla tutta, una delle major, cioè una delle multinazionali del disco che negli anni ’70, ’80 e ’90 hanno creato un impero economico, aiutando quattro generazioni di ragazzi a diventare grandi, distribuendo posti di lavoro e assorbendo dosi sterminate di critiche, proteste, cause giudiziarie.
Tempo andato.

Adesso i Rolling Stones pubblicheranno per la Universal la colonna sonora di Shine a light, il film che Martin Scorsese ha girato su di loro, e la Emi - insieme a tante major - sembra alla canna del gas: più che successi, promette licenziamenti. «Duemila», secondo il nuovo capo Guy Hands, che da quando è arrivato in sede applica la prima regola che insegnano a economia politica: se le cose vanno male, allora bisogna tagliare. E così sta provando a fare il superboss, con tutte le angosce che un evento del genere inevitabilmente provoca. Per prima cosa ha implorato le sue star di «lavorare più sodo» che, tradotto per noi ingenui significa: cari artisti strapagati, o registrate dischi migliori e vi date da fare a promuoverli oppure a casa. I Radiohead, che per il nuovo contratto avevano chiesto dieci milioni di sterline ricevendone tre, sono andati a casa, pardon, ad un’altra etichetta impalcandosi a paladini del nuovo assioma «libera musica in libero mercato» che, tra parentesi, è una trappola mortale per i musicisti esordienti e sconosciuti. Ma era stato Paul McCartney a farlo per primo: se ne era andato via perché, si sa, affaristi si nasce e lui «modestamente lo nacque». Ora minaccia di fare le valige anche Robbie Williams, in scadenza del contratto da 120 milioni di euro e, secondo alcune malelingue, in scadenza pure lui come artista di grande successo. E i Coldplay, i Verve, Kylie Minogue più chissà quanti altri di cui non si ha ancora notizia, hanno fatto chiaramente intendere che sono agli sgoccioli. «Vogliamo lavorare con gente che capisce di musica, non con i ragionieri della finanza» ha strillato il manager dei Coldplay, che ha sacrosanta ragione, per carità, ma forse vive sulle nuvole. In dieci anni il mercato è completamente cambiato e per un bel pezzo le case discografiche guidate da «gente che capisce di musica» hanno fatto finta di non accorgersene, investendo energie in progetti senza futuro. È arrivato il web, i ragazzi hanno imparato il download e si sono accorti che downloadando (scaricando) i brani da internet, si risparmiano un sacco di soldi, si evitano fregature e non si deve neppure uscir di casa per andare al negozio di dischi. Risultato: crollo esponenziale delle vendite tradizionali e, soprattutto, delle abitudini. Il disco era un’abitudine, un piacere, insomma una cultura che non si è tramandata alla nuova generazione di ascoltatori che oggi caricano gli mp3 sull’Ipod e via andare, senza leggere i testi, guardare le foto di copertina, capire chi è il produttore o l’ospite di questo o quel brano. Roba del passato, appunto.

E chissenefrega se anche la qualità audio non è granché: ormai il rock o il pop sono roba da «musicafonino», incredibili aggeggi che consentiranno di fare telefonate e contemporaneamente di ascoltare l’ultimo successo di tizio o caio. E poi uno chiede perché si licenzia.