I rom occupano il gioiello dello stile brutalista

Continuano le intrusioni dei nomadi sgomberati dalla Bovisasca: decine di famiglie romene nell’istituto Marchiondi al quartiere Baggio

«Guardate che quello è un gioiello del brutalismo», giura la signora Raffaella indicando il gigante di cemento alle sue spalle. Ma anche i rom non scherzano: finestre a pezzi, rifiuti di ogni genere sparsi per le «stanze», falò qui e là con tutto ciò che può essere bruciato. Così le Belle arti degli abusivi hanno ridotto il capolavoro dell’architetto meneghino Vittoriano Viganò, cemento armato a vista, datato 1953 e sottoposto a vincolo dalla sovrintendenza. Ma a vista, adesso, restano le conseguenze dell’abbandono. Trent’anni di occupazioni e qualche sgombero con l’effetto elastico. «Tanto là dentro ci tornano sempre, e fanno paura», ammette Raffaella, segretaria del centro diurno del Comune per disabili psichici, uno dei sette edifici tornato utilizzabile un anno fa. Ventinove persone in difficoltà, dai 18 ai 60 anni, quotidianamente a contatto con gli «ospiti» di questo palazzone di via Noale, nel cuore di Baggio. «Da qualche giorno, però, c’è una novità. Lo sgombero alla Bovisasca ha fatto arrivare altri disperati in cerca di un tetto. E qui trovano centinaia di metri quadrati a disposizione... ».
È davvero come racconta chi lavora o vive a un passo dal «residence dei fantasmi». Solo che gli inquilini non sono affatto ectoplasmi. Basta appostarsi davanti al capolinea della 58. A ogni viaggio scendono intere famiglie, trascinano sacchi piena di roba o addirittura materassi, alla luce del sole, tanto nel lassismo generale non serve imboscarsi di notte. Li seguiamo. La fermata è comoda, pochi metri e si arriva al cancello d’ingresso. Il lucchetto è chiuso, ma non importa: la rete è stata squarciata e i bambini - a decine, infagottati e anneriti dal fango in cui sono costretti a vivere - possono entrarci con le loro gambe. Scavalcato l’ostacolo (si fa per dire) arriva uno dei padroni di casa per capire le nostre intenzioni. Possiamo fare foto a patto di non inquadrare i volti, «noi romeni lavoriamo, se nei cantieri sanno che abitiamo in questo posto ci cacciano». Tranne Ioan, che ha deciso «di stare fermo per un po’». Si offre di far da guida, avrà trent’anni al massimo, in braccio porta la figlioletta. Meglio accettare. Lo spettacolo nei cortili è grottesco: sembra il cimitero degli oggetti smarriti, o rubati, a giudicare dalle biciclette fresche di vernice parcheggiate sull’erba alta. Cocci di vetro, frigoriferi usati come armadi, un generatore di corrente ancora funzionante, perfino parabole satellitari. Proseguiamo la visita sotto i portici, adibiti a camere da letto. Un ragazzo sonnecchia sul divano, un vecchio si scalda con la faccia al fuoco. Il cuore fa un salto quando, da dietro le scale spoglie, spunta un ragazzo che agita un coltellaccio da cucina. Abbassa l’arma solo quando capisce che siamo accompagnati. Ai piani di sopra, stessa desolazione e stesso disastro d’immondizia e frantumi. Prima di salutare, Ioan raccomanda: «Non dite in giro che siamo qui». Non volete controlli? «No, gli altri rom. Se domani dalla Bovisasca si presentano in 800, allora sì che ci fanno sloggiare».