"I rom? Pochi lavorano Gli altri vivono di furti e prostituzione"

Don Rigoldi: "Dobbiamo darci una regolata, ma distinguiamo: molti romeni sono artigiani seri"

Milano - L’espressione degli occhi è quella mite di sempre, ma le parole sono taglienti: «Con i rom dobbiamo darci una regolata».

Don Rigoldi, sia più esplicito.
La cultura rom è una cultura difficile. Occorre un lungo percorso per integrare questo popolo nella nostra società. Diciamo la verità: il 10-20 per cento lavora, gli altri..».

Gli altri?
«Vivono come possono. Furti. Elemosina. Accattonaggio. Prostituzione. Una situazione insostenibile».
Don Gino Rigoldi, da 36 anni cappellano del Beccaria, il carcere minorile di Milano, sorride: «Ormai faccio parte del mobilio». Beve un succo di frutta e prosegue sul registro dell’autoironia: «I rom che abitano con me, in una cascina alle porte di Milano, per la verità lavorano come dannati. Alle sette del mattino fanno un frastuono indescrivibile con i loro strumenti, ma il quadro generale è quello che è».

Che cosa consiglia alle autorità?
«Anzitutto, distinguiamo i romeni dai rom».

La confusione non aiuta?
«I manovali romeni sono fra i migliori sul mercato, almeno qui in Lombardia. Sono un po’ come i bresciani e i bergamaschi. Le badanti sono bravissime. Però...».

Però?
«Qui manca completamente una politica della casa. Se un romeno viene sfruttato e guadagna in nero 500-600 euro al mese, come pensiamo che possa campare? Ma se solo affittare un letto gli costa 250-300 euro al mese, come sopravviverà? Le autorità devono decidere da che parte stare: diano a queste persone che ce la mettono tutta, gli strumenti per integrarsi».

Poi?
«L’Italia sembra quasi travolta dall’emergenza rom. Ma dobbiamo chiamare in causa la Romania e l’Ue: si occupino anche loro di questo dramma. Così non si può continuare».

Don Rigoldi, si è iscritto al partito dei preti sceriffi?
«No. Ma ci vuole realismo. Dobbiamo avere il coraggio di rimpatriare i rom. Qui stanno quasi peggio che laggiù, si distruggono. Soprattutto, dobbiamo lavorare perché non partano dalla Romania».

Come?
«Io, nel mio piccolo, faccio la mia parte. Nei prossimi giorni, con l’aiuto della Provincia di Milano, andrò in due villaggi rom per dare il via a due progetti: un polo florovivaistico e una fabbrica di mattoni, in linea con la tradizione locale».

Assumerete i rom?
«Ci proveremo. È una fatica, ma la strada è questa».

A Milano è stato varato il patto di legalità: resta chi non sgarra, gli altri a casa.
«È un’ottima iniziativa, ma non può funzionare con i grandi numeri. Se subiamo l’assalto di migliaia di disperati, non c’è patto che tenga. Io invece sottolineo un altro dato: in Romania ci sono 13mila imprese italiane».

Sì, ma non fanno beneficenza. Dovrebbero stipendiare i rom?
«Potrebbero almeno fare formazione, aiutarli sulla via dell’integrazione. Alle autorità italiane invece lancio un altro messaggio».

Quale?
«Dietro un bambino rom, anche quelli fermati trenta volte, c’è sempre una famiglia».

Sarà, ma spesso non si trova.
«E invece deve saltare fuori. Se il bambino tace, e spesso tace, dev’esserci un lavoro di intelligence per scovarla. Altrimenti meglio rimpatriarli: anche la Romania ha i suoi servizi sociali. Se no, a 14 anni, me li ritrovo al Beccaria».