I romanzi politici? Passaporti per l’oblio

Ancora prevale l’idea che l’impegno sia indispensabile per fare "vera"
cultura. Già nell’Ottocento molti ignoravano Leopardi ma leggevano
storie sugli scandali del potere. Il tempo ha fatto giustizia

S iamo sicuri che i bestseller di una volta fossero diversi da quelli odierni? Non è singolare che ogni autore di narrativa, oggi, senta di fare cultura solo se parla di politica? E davvero è una fissazione recente? Oggi non c’è dibattito culturale dove non si parli di politica, e non c'è autore che, per sentirsi serio, non abbia la priorità di tessere trame politiche prima di produrre opere d’arte. In questo paese si ritiene che la politica sia una categoria del pensiero assoluta, per cui si crede di salvare le capre e i cavoli nella pia illusione che qualcosa resterà.

Ma cosa è rimasto, nei due secoli scorsi, di coloro che si occupavano di politica? Non c’entrano solo il lavaggio del cervello marxista, l’intellettuale organico, il dopoguerra, i dettami del realismo socialista, Vittorini, gli anni Settanta. Se foste vissuti in Italia tra Ottocento e Novecento avreste sentito parlare poco di Leopardi o Nievo o Svevo. Gli autori di successo producevano piccole opere piene di grandi moralismi e grandi denunce. Tutti impegnati, già da allora, a scrivere di scandali: lo scandalo della Banca Romana del 1893, lo scandalo della Società Regia dei Tabacchi nel 1869, lo scandalo della Società per le strade ferrate meridionali, del 1864, tutto uno scandalo, tutto un «far quattrini». Appena fatta l’Italia unita bisognava fare gli italiani e intanto si scriveva e si leggeva di un paese corrotto e senza speranza, sempre sull’orlo di crisi irreversibili, si vagheggiava il passato sempre migliore del presente, andavano a ruba L’onorevole di Enrico Castelnuovo o La corruttela di Vittorio Bersezio, La disfatta di Alfredo Oriani o Il secolo che muore di Domenico Guerrazzi, e chi se li ricorda più, per non parlare dei bestseller di Ettore Socci, I misteri di Montecitorio, L’assalto di Montecitorio, per deprecare Depretis, oggetto di molti romanzi dell’epoca come L’onorevole del garibaldino Achille Bizzoni. Prima che il bersaglio su cui lanciare le proprie freccette narrative diventasse «Il ministro della malavita», così definito Giolitti in un libro di Gaetano Salvemini, quello stesso Giolitti a capo della sempre citata italietta giolittiana. Dopo l’avvento del fascismo lo si rimpiangerà perché democratico rispetto all’italiona mussoliniana.

L’occuparsi di politica, in letteratura, non ha mai pagato, se non nell’immediato, perché chi oggi scrive e legge di Berlusconi se ne fregherà tra meno di vent’anni, ci sarà comunque qualcun altro da prendere di mira. Non che la letteratura non abbia spesso un portato politico, ma a lunghissimo termine e mai di orizzonti così ristretti da circoscriversi nella denuncia di un mala tempora currunt usa e getta. È la ragione della sconvolgente contemporaneità dei romanzi di Melville, Proust, Flaubert, Dostoevskij, Sterne, che sconfinano sempre nella difficile analisi dell’umano: i capolavori sono macchine complesse, e reggono il tempo per questo. Così I demoni, L’educazione sentimentale, perfino Moby Dick o il Don Chisciotte di Cervantes e le tragedie di Shakespeare sono anche opere cariche di messaggi politici, perché l’universalità del pensiero ingloba anche la politica, ma non sono cronachistiche. La cronaca è sempre stata prerogativa del giornalismo, un giornalismo non molto dissimile, tra l’altro, da quello descritto ne Le illusioni perdute di Balzac. Basti immaginare a quanto perde la dimensione sadiana del ribaltamento filosofico del bene e del male calata da Pier Paolo Pasolini nella piccola trasfigurazione del fascismo e della repubblica di Salò, e ai tanti aspiranti epigoni moderni che ripetono «io so» prendendo di Pasolini la parte più effimera. Basti cercare di capire chi fossero i ministri dei paesi europei dei primi del Novecento leggendo l’Ulisse di Joyce o L’uomo senza qualità di Musil o Il processo di Kafka o la Recherche di Proust. E basti pensare che vivente quest’ultimo gigante, scalava al posto suo le classifiche di vendita un nano autore di bestseller Pierre Hamp, sconosciuto oggi, ma all’epoca famosissimo, impegnato a raccontare la realtà operaia e sociale della Francia e a riempire le casse dell’editore Gaston Gallimard. Basti immaginare cosa sarebbe stato un bestseller come Gomorra se lo avesse scritto Carlo Emilio Gadda, un polipaio umano difficile da districare, e non la semplificazione di una realtà fumettizzata, che deve il suo successo popolare proprio alla semplificazione, dove oltre all'elementarità della scrittura e della struttura sfilano tante belle figurine: il mafioso cattivo, l’imprenditore cattivo, il capitalista cattivo, da una parte, l’eroe isolato dall’altra e lo stesso moralismo di sempre ripassato con quattro salti in padella.

Insomma, ora e sempre, chi potrebbe essere un buon sindacalista, un buon magistrato, un buon politico, difficilmente è un grande scrittore, ma talvolta viene il dubbio che scelga di essere un piccolo scrittore perché non sarebbe stato neppure un buon sindacalista né un buon magistrato né un buon politico.