I romanzieri e il fascino della trincea

«Come si infiammarono subito i cuori dei poeti quando ci fu la guerra! Come avrebbe potuto l’artista, il soldato nell’artista, non lodare Iddio per il crollo di quel mondo di pace di cui era così sazio, così nauseato! Guerra! Quale senso di purificazione, di liberazione, di immane speranza ci pervase allora!». Così Thomas Mann esprime l’entusiasmo di gran parte degli intellettuali europei allo scoppio della Grande Guerra. La vivacità da operetta della Belle Époque, l’illusione del progresso e della pace, l’ottimismo della cultura d’inizio secolo: miti decadenti e ipocriti che la primavera di quell’annunciato lavacro di sangue prometteva di spazzar via. Legioni di scrittori e poeti divennero soldati, popolarono le trincee per raccontare la loro esperienza, registrando le schegge del proprio vissuto bellico.
Finita l’euforia, esauritasi la febbrile avventura della stagione interventista, la letteratura di guerra regala cronache personali. Emilio Lussu, l’autore di Un anno sull’Altipiano, scriverà: «Non alla fantasia ho fatto appello, ma alla mia memoria». In molti casi, la seduzione inebriante della guerra cede il posto alla dolorosa scoperta di quel tragico panorama di morte. Le masse degli eserciti mandati allo sbaraglio diventano per Pierre Drieu La Rochelle «il bestiame più eroicamente passivo che la storia, guida delle greggi, avesse mai preso sotto il mio comando»; i campi di battaglia certificano la fine delle nobili contese cavalleresche: la «guerra moderna», «rivolta malefica della materia», è scaduta al rango di scontro «per burocrati e ingegneri». Ernst Jünger la definisce «guerra di materiali», disumanizzata dalla tecnologia. Eppure, proprio in quelli che Karl Kraus definì «ultimi giorni dell’umanità», intrecciati a motivazioni personali, a utopie palingenetiche, a ragioni politiche o estetiche, gli scrittori trasmettono sentimenti di condivisione, di cameratismo. Henri Barbusse parla di «una specie di fatale contagio»: uno slancio religioso e comunitario che fa scrivere a Piero Jahier che «la guerra ripaga dalla vita: le ridà dignità e valore. Riscatta dalla quotidianità».
Renato Serra e Scipio Slataper, che troveranno la morte sul monte Podgora, rappresentano anch’essi la trincea come luogo promiscuo di una solidarietà irraggiungibile nella vita civile. Il primo confessa di ritrovare «il contatto col mondo e con gli altri uomini», il secondo individua nella «vera guerra» «la comunità degli uomini che riesce, lo sforzo collettivo di collegato aiuto». Non è un caso che, pregnante più di ogni altra, la parola che si afferma nelle vibranti testimonianze dal fronte sia «fratelli» (Ungaretti e Remarque), segno di una riconquistata comunione cementata nel dolore e nella paura. Certo, l’esperienza concreta porta anche i cantori della «guerra sola igiene del mondo» (Marinetti) a descriverla con occhi diversi: l’euforia giovanilistica che l’aveva preceduta si complica dinanzi alla verità sanguinosa della trincea. Ma ciò non può bastare a rileggere oggi quei miti generazionali sotto la banalizzante luce della «cattiva coscienza».
In Scrittori in trincea (Carocci, pagg. 151, euro 16, 50), Fulvio Senardi compie una ricognizione delle modalità espressive delle opere dei letterati in guerra, rimpiangendo al contempo la «desolante rarità» dei casi di pacifismo intellettuale. Ebbene, nell’aggettivo «desolante» e nella sottintesa censura morale con cui vengono stigmatizzati quei sentimenti (non solo di esaltati dannunziani o beceri nazionalisti), c’è tutto il senso di un’incomprensione e di una strumentale rilettura, parziale e ideologica non meno dei proclami che alimentarono la religione collettiva della guerra. Lo scopo della sua ricerca sta nell’evidenziare la colossale illusione in cui caddero gli intellettuali del tempo, irretiti dalla retorica fuorviante del patriottismo. Le radici di questa ubriacatura di guerra, Senardi le individua nei versi del poeta inglese Wilfred Owen, il quale, per cancellare il valore sacrale assegnato dalla tradizione classica alla morte in battaglia, rivela «la vecchia Menzogna» che si cela dietro la massima latina Dulce et decorum est pro patria mori.