I «rottamatori» approfittano di Penati per liquidare il Pd

«Ho pagato per anni il partito di Penati. Mi hanno spremuto come un limone», rivela l’imprenditore Piero Di Caterina. Nel sito Internet tutto tinto d’arancione che nella testata reca un chiarissimo Pisapia? Ja bitte, alla notizia dell’indagine per mazzette sull’area ex Falck di Sesto san Giovann in cui è coinvolto l’uomo forte del Pci-Pds-Ds e oggi Pd milanese Filippo Penati, salta fragoroso un tappo di champagne. Non il solo sfregio di un popolo della sinistra infuriato con chi, battendo nel 2004 Ombretta Colli alla Provincia, divenne il grande statista capace di riconquistare una città per troppi anni in mano al berlusconismo. Oggi dalla procura di Monza arrivano le accuse di irregolari arricchimenti personali, ma soprattutto di illecito finanziamento del partito. Come a dire elezioni truccate. E allora il salvatore diventa ladrone. Da crocifiggere. Già giovedì Pierfrancesco Majorino invitava Penati a riconsegnare la tessera. Ieri il turno del coordinatore cittadino del Pd Francesco Laforgia che, sempre secondo il sito arancione davvero poco elegante, «lo scarica come merce avariata». Un articolato intervento sul quotidiano Affaritaliani.it dove, per la verità, il giovane rampante più che Penati annuncia di voler scaricare proprio il partito. Novello rottamatore in salsa meneghina sulla scia dei compagni di partito Pippo Civati e Matteo Renzi. Solo che qui son faccende di campanile. Regolamenti di conti tutti dentro la cerchia dei Navigli. «Centosettantamila elettori ci hanno dato fiducia - il progetto ambizioso - Adesso bisogna cambiare il Pd». E rivendica «il successo del Pd guidato da un gruppo dirigente giovane». Perché alla fine è questione di generazioni. Via i vecchi perché «c’è bisogno di un partito forte e coraggioso». E, soprattutto, «quello che è accaduto ci lascia sgomenti. Alle frasi di rito, di fiducia nella magistratura, il Pd deve aggiungere qualcosa in più». Perché «la legalità e la trasparenza non sono dati acquisiti per sempre». E sulla faccenda Penati, «c’è bisogno di segnali immediati». Dato che «il garantismo in una vicenda ancora “sotto indagine” non deve offuscare l’opportunità politica di far fare passi indietro». Parole ben più coraggiose di quelle del tesoriere del Pd Antonio Misisani che, da Roma, si limita a un burocratico: «Il Pd non ha mai preso finanziamenti illeciti. I nostri bilanci sono pubblici e certificati da una società di revisione indipendente».
Minacciando querele per chi osi mettere in dubbio. Perché a sinistra non c’è questione morale nemmeno quando ad aver «spremuto come un limone» un imprenditore è il capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani. Il numero uno.