«I Rusteghi» toscani di grande eleganza

Alberto Cantù

da Ravenna

Ogni tanto centenari, bicentenari e ricorrenze assortite servono a qualcosa. È inutile e dannoso il duecentocinquantesimo di Mozart dal cui effetto overdose saranno in pochi a salvarsi. Serve invece il secolo de I Quatro Rusteghi - dai Rusteghi goldoniani, naturalmente, e in dialetto veneziano - che andò in scena a Monaco il 19 marzo 1906 (nell’Italia di Cavalleria Rusticana più tardi). Che fu la prima grande affermazione di Ermanno Wolf-Ferrari (1876-1948), per i più, oggi, una voce da enciclopedia cui il centenario ha tolto la polvere delle carte.
Ambientati nella Venezia di metà Settecento agli sgoccioli di «un carneval che fa rima con funeral», i Rusteghi ricompaiono sulla laguna, alla Fenice, proprio in tempo di carnevale: dal 22 al 26. La produzione vede un regista di grande talento quale Davide Livermore e un direttore squisitissimo, Tiziano Severini, ideale per questa musica da orafo, da nostalgico del XVIII secolo che nel doppio cognome - padre tedesco, madre veneziana - indicava le sue due anime di uomo e di artista: Goldoni e Mozart, Rossini e la cultura austro-tedesca. Tornano - troppa grazia - a Venezia dopo aver girato con fortuna in un allestimento del Teatro del Giglio di Lucca con la Fondazione Teatro di Pisa: lo spettacolo che ha fatto conoscere questa partitura di estrema eleganza anche a Ravenna, al Teatro Alighieri: gli scorsi giorni calorosamente accolta.
A Luca Antonucci si devono i costumi bellissimi e l’idea scenica di una voliera - anche una Venezia in filigrana - con uccelli in gabbia: i cantanti. Come a dire che i rusteghi, aspri e zotici, tengono in gabbia mogli e figli ma vivono essi stessi nella prigione della loro grettezza. Uomini e donne pennuti, dunque: avvoltoi e pavoni, corvi e uccelli esotici che la regia di Gino Zampieri dispone vivacemente con qualche eccesso di buffo-ornitologico, di tic e controscene.
La produzione lucchese-pisana, voluta dalla Fondazione Ravenna Manifestazioni, è l’ottimo risultato di un «progetto giovani». Giovani anzitutto i cantanti per una partitura ricca di brani d’assieme difficili, dove non c’è un protagonista e le dieci voci (undici con la servetta) devono essere tutte civilissime. Qui lo sono. Una limpidissima, penetrante Lucieta, promessa sposa (Paola Leggeri), una salda Margarita, la matrigna (Elisa Fortunati), un buon Lunardo, il più rustego dei rusteghi (Alessandro Spina che si aggiusta le parti in sillabato veloce), un tenero ed effusivo Filipeto (Roberto Cavallo, ancora un po’ acerbo ma di valore) e via includendo gli altri nel plauso. La volenterosa orchestra «Città Lirica» di Lucca è diretta saldamente da Aldo Sisillo. Questa bacchetta denota misura e musicalità. Se manca la nostalgia struggente, irriducibile che è la cifra primaria di Wolf-Ferrari, al di là ed entro gli esiti comici, Sisillo mostra però un’eleganza costante e un equilibrio che fanno centro. Con i consensi di cui s’è detto.