I saggi Usa: in Irak si cambi o sarà il caos

Bocciati l’aumento delle truppe e la divisione federale del Paese. Dialogo con Iran e Siria. Blair ammette: « Non stiamo vincendo»

da Washington

Due «no» e tre «sì» riassumono il messaggio che il gruppo di studio bipartitico sull’Irak ha trasmesso a Bush, con raccomandazioni più nette del previsto e anche, in diversi punti, delle «primizie» pubblicate tre giorni prima sul New York Times.
La commissione, che è bipartitica e comprende alcuni fra i maggiori esperti di politica estera e di affari militari, cinque repubblicani e cinque democratici, era presieduta, come si è sottolineato per mesi, dall’ex segretario di Stato James Baker, che è repubblicano, è considerato un intimo amico di George Bush senior e, prima di diventare ministro degli Esteri, ha «diretto» la Casa Bianca di Reagan. Il rapporto è piuttosto lungo, non soltanto per giustificare i molti mesi di lavoro: si articola infatti in 79 punti. Ma cinque sono gli essenziali: tre raccomandazioni alla Casa Bianca e due alternative sconsigliate. Si tratta dell’aumento della presenza militare Usa in Irak, proposta dal senatore McCain con il sostegno di molti al Pentagono, e la spartizione dell’Irak in tre entità politiche secondo le linee etnico-religiose. Una decisione del genere «non è raccomandabile perché indebolirebbe l’Irak e lo renderebbe ingovernabile, vi farebbero regnare il caos».
Tre passi Bush è, invece, invitato a compiere. Il primo è l’apertura, o il ritorno, a trattative dirette degli Stati Uniti con l’Iran e con la Siria: ipotesi che circola da settimane (in pratica dall’indomani della vittoria democratica nelle elezioni per il Congresso) e cui Bush ha finora mostrato di volersi opporre.
Il secondo è meno urgente ma altrettanto controverso: il ritorno dell’America a un ruolo attivo di mediazione costruttiva nella perdurante crisi dei rapporti fra Israele, i palestinesi e i vicini arabi. Anche questo «scenario», per quanto vago, è probabilmente destinato a suscitare forti riserve e ostilità da parte dei neoconservatori e forse dello stesso leader della Casa Bianca.
Il terzo passo, quello più atteso: il graduale disimpegno delle «truppe di combattimento» americane, che dovrebbero raggrupparsi, disimpegnarsi dalle aree più battute dalla guerriglia e dalle stragi settarie spostandosi in luoghi più sicuri come prima fase del rimpatrio, che dovrebbe concludersi entro il 2008. Non ci sono scadenze, invece, per il resto del contingente Usa, che dovrebbe rimanere per addestrare e consigliare l’esercito iracheno.
Come sola consolazione all’amministrazione attuale, i «dieci saggi» non hanno accolto la tesi di chi vorrebbe che per il rimpatrio fosse fissato un calendario. Sollievo però relativo: perché impietoso è l’elenco dei motivi che a questa svolta dovrebbero indurre il governo. La commissione, infatti, è concorde nel giudicare tre anni e mezzo di gestione della guerra e dunque implicitamente anche la decisione di muoverla contro Bagdad. La situazione odierna viene definita nel documento «molto grave e in continuo peggioramento».
Una vittoria militare è considerata dai «saggi» a questo punto impossibile, in contrasto con tutte le predizioni della Casa Bianca e anche se nel documento si aggiunge subito che una sconfitta militare dell’America è altrettanto impensabile. Il complesso del documento, che riflette evidentemente dei compromessi fra le varie tendenze che vi sono rappresentate, ha suscitato una reazione addolorata dal presidente, che ha parlato di «giudizio molto severo» ma si è impegnato a «prenderlo sul serio ai fini di un nuovo impegno». Ma a parlare di guerra civile e di vittoria militare impossibile era già stato, di fronte al Senato, Robert Gates, il nuovo ministro della Difesa designato da Bush a prendere il posto di Rumsfeld e la cui nomina è stata ratificata all’unanimità dal Senato poche ore prima della pubblicazione del rapporto. E in toni pessimistici si è espresso anche il premier britannico Tony Blair, alleato di Bush nell’impresa irachena. Ieri, alla vigila della partenza per Washington, dove oggi incontrerà il presidente Usa, Blair ha detto: «Non stiamo vincendo la guerra».
Non è affatto certo però che Bush si atterrà ai consigli del rapporto. Riferendosi anche a questo Bush ha auspicato che la si faccia finita con le polemiche e gli scontri tra repubblicani e democratici: perché è in gioco l’interesse supremo degli Stati Uniti. Giudizi particolarmente positivi alla sua relazione, ma aspri nei confronti della Casa Bianca sono stati espressi dal futuro presidente della Camera Nancy Pelosi che ha parlato di «politica fallita».