I salari italiani tra i più bassi Ci batte anche la Grecia

Il 45,9% del reddito dei single finisce in tasse

da Roma

I salari italiani sono tra i più bassi d’Europa. Ormai a batterci non sono solo l’Inghilterra, la Germania e i Paesi scandinavi. A fine mese anche i lavoratori greci e quelli spagnoli portano a casa somme più consistenti. Tutta colpa, secondo un rapporto dell’Ocse, delle trattenute fiscali e previdenziali, che si mangiano buona parte delle retribuzioni. Il 45,9% dello stipendio di un lavoratore single, senza figli che guadagna esattamente la media nazionale, finisce in tasse e contributi. Una percentuale che fa finire l’Italia al sesto posto tra i Paesi dell’Ocse. E che nel 2007, nonostante il taglio del cuneo fiscale (cioè la differenza tra il costo del lavoro e quanto un dipendente si mette realmente in tasca) della ultima finanziaria del governo Prodi, è cresciuta dello 0,3% rispetto al 2006. La percentuale è più bassa nel caso del lavoratore unico percettore di reddito con a carico coniuge e due figli: il cuneo fiscale in questo caso è al 33,8% (era al 33,3% nel 2006), superiore comunque sia alla media Ocse (27,3%), sia dell’Europa a 15 (31,9%), sia della Ue a 19 (31,8%).
Ciò che rimane dello stipendio netto annuale di un lavoratore single, secondo l’Ocse, sono in media 19.861 dollari. Una busta paga che fa collocare l’Italia al ventitreesimo posto nella classifica dei redditi. Ben al di sotto della media Ocse (24.660 dollari) e di Eurolandia (26.434). Per avere una misura, lo stipendio dei single in Grecia è di 25.572 dollari e in Spagna di 22.207 dollari. Sotto gli italiani ci sono solo sei Paesi tra cui la Repubblica Ceca (13.485 dollari) e la Turchia (11.572 dollari).
Dati che sono arrivati nel mezzo di una campagna elettorale concentrata sulle candidature. Ma che non sono sfuggiti a parte del sindacato. Per il leader della Cisl Raffaele Bonanni, si tratta «dell’ennesima conferma che siamo diventati un paese povero, dove si è allungata drammaticamente in questi anni la forbice tra chi ha un reddito elevato e chi non riesce ad arrivare alla fine del mese». Cisl e Uil ne hanno approfittato per rilanciare la riforma del modello contrattuale sulla quale, ha ribadito Paolo Pirani, segretario confederale della Uil, non si può «continuare a stare fermi». Accenno polemico rivolto alla Cgil. E all’impasse pre elettorale del tavolo sulla riforma dei contratti.