I SALOTTI DEL DISASTRO

Si è riformato il solito partito: Repubblica e il salotto scalfarian-debenedettiano e il veltronismo chic, con l’argenteria di famiglia tutta agitata perché sembra che stia passando la grande occasione: mollare una gran spallata all’odiato Berlusconi, buttando giù Alitalia. La vicenda della compagnia di bandiera è ormai diventata la bandiera della compagnia di giro. Il fatto che si sia arrivati al momento della stretta finale, il fatto che l’accordo potrebbe anche disgraziatamente saltare, il fatto che se tutto andasse a carte quarantotto lederebbe l’immagine del Primo ministro che si sta impegnando forsennatamente per una soluzione, forma un cocktail eccitante per chi sente l’odore del sangue e non pensa che a realizzare il maggior danno politico possibile facendone pagare il prezzo al Paese.
Noi siamo a favore dello scontro durissimo in termini politici e siamo tanto abituati all’odio che ormai non ci fa più né caldo né freddo, anche se ci sembra di vivere in un luogo lontano dalla civiltà. Comunque: comprendiamo le ragioni, i livori, nel senso che siamo abituati a questo e ad altro. Ma che c’entra l’Alitalia con il rito tribale dei salotti buoni? Che cosa c’entra l’Italia, sia quella che vola che quella che vive di turismo, di trasporti, di movimenti stagionali e non stagionali? Non si uccidono così anche i Paesi, le unità territoriali, le coesioni che tengono in piedi la società? Certo, se domani non si potrà volare, se davvero i voli saranno sospesi – incrociamo le dita - gli italiani si arrangeranno bestemmiando. Si affolleranno alle biglietterie per cambiare il loro biglietto verde con quello di AirOne o di altre compagnie. E se tutto dovesse finire male qualcosa si farà per arrangiarsi. Ma che spettacolo demenziale. Che depressione mentale, che pena e anche che vergogna.
Il salotto buono dell’antiberlusconismo da sacrificio umano sparge nelle osterie mediatiche la leggenda secondo cui Berlusconi e il suo governo avrebbero fatto naufragare la trattativa con Air France, che avrebbe regalato alla repubblica cugina la nostra compagnia di bandiera in modo da permettere agli operatori turistici di Parigi di liquidare con maggior comodità la concorrenza del turismo italiano. Ma il punto centrale non è tanto e soltanto questo. È che non è vero. È completamente falso che il governo Berlusconi abbia fatto saltare un accordo di cui si favoleggiava ma che non esisteva e che alla fine è naufragato per decisione sindacale e della stessa Air France che disse di non essere più interessata all’affare.
Di che cosa si parla? Si possono capire i sindacati che devono proteggere l’occupazione e che si battono come leoni per impedire che gli esuberi si trasformino in licenziamenti senza recupero del posto di lavoro. Nulla da dire: questione reale, questione aperta. Si sa che i sacrifici devono essere fatti da tutti e che anche i sindacati devono fare la loro parte. E per questo, ci par di capire, Berlusconi ha in serbo una soluzione che manderà forse in bestia l’Europa, ma che salverà i posti di lavoro. Da quel che leggiamo ci siamo fatti l’idea che il governo pensi a un riassorbimento degli esuberi nello Stato.
Non ne siamo sicuri, ma potrebbe essere. Ognuno fa il suo mestiere e il mestiere del governo è quello di dichiarare le sue priorità: la priorità del salvataggio di Alitalia è strategica perché non si tratta soltanto della compagnia, dei suoi beni e dei suoi dipendenti, ma del supporto di cui ha bisogno il Paese per il suo sviluppo specialmente turistico. Se la priorità è questa, non c’è da meravigliarsi se il prezzo che si accetta di pagare sia alto e amaro. Ma si tratta pur sempre di decisioni prese – crediamo che su questo non esistano dubbi nemmeno fra i più ostili – per il bene della collettività e non per il bene di pochi. Invece la rivolta delle posate e delle porcellane, dei velluti e degli yacht, insomma della borghesia stramiliardaria e antiberlusconiana che conta, se ne frega nella maniera più soave del bene pubblico e collettivo.
Vede che c’è questa straordinaria finestra di possibilità di dare addosso al Primo ministro e... piatto ricco mi ci ficco. Del resto, ricordate?, Ezio Mauro direttore di Repubblica per prima cosa intentò un pubblico processo a Colaninno accusandolo di alto tradimento della casta per aver fatto qualcosa che alla fine andava a vantaggio del governo, oltre che del Paese. Ora, Dio sa se un governo e anche questo governo si può e si deve criticare e Dio sa se questo Paese ha bisogno di una opposizione democratica e seria.
Ma quello che stiamo vedendo non ha a che fare con la critica e l’opposizione, ma con la rabbia, la stizza, la furietta, il cupio dissolvi nel senso di dissolvere i beni altrui. Tutto questo diciamo perché la parte politica che suona le trombe dei salotti ha un potere di influenza e lo esercita in direzione del disastro. Sa che soffiando sul fuoco, aizzando e agitando le divisioni, si può favorire il disastro. Sono un po’ come gli untori della peste o i piromani estivi e questo francamente ci sembra poco decoroso, poco responsabile e francamente malvagio nei confronti della società che si trova a subire un danno per far piacere a lorsignori, ché tanto loro hanno il jet privato e sai che gliene frega della gente che viaggia e che lavora.
Paolo Guzzanti