I Sarkò de noantri

Dunque il nostro ministro degli Interni, Giuliano Amato, ora vuol fare l’americano e annuncia di voler imitare l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani - quello della tolleranza zero - nel combattere la criminalità. Walter Veltroni, invece, vuol fare il francese (forse perché l’inglese lo sa maluccio) e copia Sarkozy. Se avesse vinto la sua amica Ségolène avrebbe fatto il Royal. Qualche anno fa la sinistra cercava il Blair italiano, poi lo Schröder italiano, persino il Lula italiano. Ah, dimenticavo Zapatero. E vi ricordate delle 35 ore varate dalla gauche plurielle di Jospin? Una meraviglia che fortunatamente è durata poco, scalzata da non so più quale moda venuta dall’estero.
I nostri politici, soprattutto, di sinistra sembrano in preda a una sindrome da scimmiottamento. Idee proprie, zero. Il problema è che non sono nemmeno capaci di copiare bene; perché si fermano al messaggio, mentre dovrebbero studiare il metodo. D’altronde nessuno dei leader stranieri ha vinto le elezioni limitandosi a riprodurre modelli esterni. Certo, nell’era della comunicazione globale il contagio ideologico è in una certa misura inevitabile. La Thatcher fu davvero di Ferro anche perché alla Casa Bianca c’era Reagan, che la pensava come lei; Blair ha trovato una sponda naturale in Clinton; Aznar era affascinato dalla concretezza di Kohl. Ma queste assonanze restano sullo sfondo, non sono mai decisive.
E allora, come si vincono le elezioni? Come si gestisce (bene) un Paese? Partendo dal basso, non dall’alto, sforzandosi di capire i veri problemi del Paese e di formulare soluzioni in sintonia con le aspettative della gente. Oggi tutti scoprono Sarkozy e sono meravigliati dalla sua popolarità e dalla straordinaria disinvoltura nel cooptare le migliori intelligenze della sinistra senza essere accusato di trasformismo. Ma chi conosce davvero la sua storia, sa che nulla, nel suo successo, è improvvisato; che il progetto è stato costruito non ieri, ma 8 anni fa, e che non è ideologico, né filosofico, ma rigorosamente pragmatico. Per mesi ha inviato i suoi collaboratori anche nei più remoti villaggi per analizzare, per ascoltare, per individuare i problemi che il Palazzo non intuiva nemmeno e che da Parigi non si vedono. Poi ha usato i sondaggi (e tecniche sofisticate come i focus group) non tanto per cogliere le opinioni popolari sui temi di attualità, quanto per verificare le esigenze di fondo, i malumori più radicati, le necessità nella vita di tutti i giorni e nei rapporti con l’Amministrazione pubblica. Infine ha utilizzato gli stessi strumenti per verificare se le soluzioni, da lui nel frattempo elaborate, erano condivise dalla gente. Con umiltà, fino al giorno della vittoria alle urne. Sarkozy oggi piace, perché conosce davvero la Francia reale.
Nulla di tutto questo sta accadendo in Italia, dove i partiti si limitano a cavalcare l’onda, senza andare mai in profondità. Le immersioni, come il provvedimento sui lavavetri di Firenze, restano occasionali, speculative per conquistarsi un titolo sui giornali o una citazione al Tg. Passata la polemica, il Palazzo torna ad occuparsi di se stesso, delle sue lotte di potere, dei suoi privilegi, allontanandosi sempre più da un’Italia che l’attuale classe dirigente non conosce più.
Non è un caso che i sindaci, soprattutto di sinistra, che amministrano grandi città compiano spettacolari svolte attitudinali, spesso scandalizzando i compagni dell’establishment, che, da Roma, non comprendono. Loro, invece, sono costretti a confrontarsi con la vita, quella vera. E si inquietano intercettando un disagio che scoprono radicato in tutte le classi sociali e politicamente trasversale: non c’è più differenza tra cittadini di destra e di sinistra, ad eccezione, ovviamente, di quella massimalista. Sono tutti esasperati dal degrado dilagante. Si sentono minacciati da una criminalità ormai endemica; sono sconcertati dall’impotenza delle forze dell’ordine che in certi quartieri non controllano più il territorio. Le nostre istituzioni hanno permesso che l’Italia si trasformasse in una società multietnica, senza averlo previsto né gestito e dunque senza aver preparato i cittadini, che oggi si sentono smarriti e non ne possono più dei nomadi che chiedono l’elemosina. E degli arabi che non si integrano. E dei cinesi che creano microprotettorati avulsi dal resto del Paese. E delle gang latinoamericane che seminano il terrore tra gli adolescenti. E degli albanesi e dei romeni che svaligiano le ville.
Sia chiaro: la maggior parte degli immigrati arriva da noi per fame e non per motivi ideologici o religiosi; i più sono ben intenzionati e si dimostrano grandi lavoratori. Ma quando l’integrazione è lasciata al caso, il risultato non è l’armonia, ma il grande caos. E bastano gli abusi di poche minoranze per rafforzare i luoghi comuni e rendere razzista anche l’umanissima Italia.
Tutto questo il Palazzo non lo capisce e gli allarmi lanciati da sindaci di sinistra come Cofferati, Chiamparino, un tempo Illy e ora, improvvisamente, Domenici restano inascoltati. Eppure, chi volesse davvero ispirarsi a Sarkozy, ripartirebbe dalle città; anzi, dalle province più lontane, dal Nord est, passando per il Piemonte e poi giù fino a Pantelleria. Per comprendere e proporre soluzioni concrete, senza illudere, senza mentire.
Marcello Foa
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