I Savoia chiedono i danni: 260 milioni dall'Italia

Vittorio Emanuele e Emanuele Filiberto chiedono i danni morali per l’esilio e si appellano alla Convenzione Ue. Andreotti: "I beni confiscati dallo Stato erano solo quelli di Umberto"

Il giorno atteso da mezzo secolo è arrivato, e così i Savoia scoprono le carte e vengono a battere cassa. Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto hanno infatti annunciato di aver chiesto i danni allo Stato italiano, ultimo atto di una telenovela che vede protagonisti gli eredi del Casato, rompendo un silenzio che durava dalle note vicende giudiziarie di Vallettopoli. La richiesta di risarcimento per danni morali è di tutto rispetto: 260 milioni di euro per gli anni di esilio degli eredi. Il calcolo comprenderebbe 170 milioni di euro per il padre e 90 milioni per il figlio, più gli interessi. Ma non basta. I Savoia potrebbero pretendere anche la restituzione dei beni confiscati dallo Stato al momento della nascita della Repubblica Italiana, che comprendono ville, parchi, tenute e castelli tra cui persino il Palazzo del Quirinale che nel 1870, dopo la breccia di Porta Pia, divenne palazzo reale. Stesso potrebbe dirsi per Villa Ada, residenza preferita da Vittorio Emanuele III, e oggi sede dell’ambasciata d’Egitto. A Bankitalia, invece, Vittorio Emanuele potrebbe chiedere di sganciare il Tesoro della Corona, custodito nei forzieri di via Nazionale dal 1946. Correva infatti il 5 giugno del 1946 quando il ministro della Real Casa su ordine del re consegnò la preziosa cassa nelle mani del primo governatore Luigi Einaudi.

Il contrattacco dei Savoia, contenuto in sette pagine fittissime, è arrivato circa 20 giorni fa sul tavolo del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del premier Romano Prodi. Le ragioni degli ex reali, illustrate da Emanuele Filiberto durante la trasmissione Ballarò, si fonderebbero sulla presunta violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. «La Costituzione italiana ha palesemente violato quanto previsto dalla Convenzione dal 1948 in poi», fa notare il portavoce di casa Savoia, Filippo Bruno di Tornaforte. Poco importa che la Costituzione sia stata promulgata prima della Convenzione europea: «Altri Paesi sono comunque stati trattati severamente dall’Europa, anche in maniera retroattiva. È il caso della Grecia, che ha dovuto pagare un cospicuo risarcimento a re Costantino e alla sua famiglia per l’ingiusto esilio». Per questi motivi, proprio a ridosso della scadenza dei cinque anni dal rientro (avvenuto a fine 2002) che porterebbe alla prescrizione, i Savoia hanno deciso di non perdere più tempo. I proventi dell’eventuale vittoria processuale - dicono - andrebbero a una neonata «Fondazione Emanuele Filiberto di Savoia», che li destinerebbe, assicurano, «in opere di beneficenza e di sostegno alle fasce sociali più disagiate».

Dal mondo politico, l’iniziativa è stata unanimemente definita fuori luogo e da rispedire al mittente. Anche perché, entra nel merito Giulio Andreotti, mancherebbero totalmente i requisiti per iniziare il contenzioso. I beni confiscati, spiega il senatore a vita che partecipò alla Costituente, erano infatti «soltanto quelli di Umberto, circa un quinto del patrimonio di re Vittorio Emanuele III».