I segreti dell’ultima notte di Wojtyla

Andrea Tornielli

da Roma

È un rapporto dettagliato, con tanto di orari e di particolari, che descrive l’ultima fase della malattia e la morte di Giovanni Paolo II. Un documento certamente inedito quello che sarà pubblicato fra qualche giorno sugli Acta Apostolicae Sedis, la «gazzetta ufficiale» d’Oltretevere. Il testo, del quale l’agenzia Apcom ha anticipato ieri alcuni stralci, è destinato a troncare sul nascere alcune ricostruzioni sulle ultime ore della vita del Papa: ad esempio quella, circolata anche in altissimi ambienti diplomatici il 1° aprile, secondo la quale Wojtyla sarebbe morto molte ore prima di quanto annunciato. È un modo con cui il Vaticano ha inteso fare chiarezza e così anche giustificare la pubblicazione di una lunga serie di nomine episcopali e diplomatiche, avvenuta proprio nelle ultimissime ore della vita del Pontefice, lo stesso 2 aprile. Una decisione che ha destato sconcerto nonostante si trattasse, nella quasi totalità dei casi, di deliberazioni già prese nei giorni precedenti.
Dalla ricostruzione degli Acta è stata invece espunta la frase che era stata attribuita al Papa in una dichiarazione del direttore della Sala Stampa vaticana e che si riferiva ai giovani: «Vi ho cercato e voi siete venuti a me e per questo vi ringrazio». Bisogna dunque supporre che non sia mai stata pronunciata. Così com’è definitivamente smentito che Wojtyla morendo abbia detto «amen» e cercato di benedire come raccontato in tv da un sacerdote dell’entourage polacco. Il trapasso è avvenuto alle 21,37, ma il Pontefice era in coma dalle 19.
I fatti partono dal 31 gennaio quando vennero sospese le udienze previste a causa di una «sindrome influenzale». Va detto che in realtà già prima della crisi che porterà Giovanni Paolo II al Gemelli per la prima volta, era noto ai suoi collaboratori che il Papa aveva ormai pochi mesi di vita. Già da qualche settimana erano stati cancellati ferie e permessi di chi lavora in Segreteria di Stato. Insomma, al di là dei comunicati ufficiali e delle «sindromi influenzali», era chiaro che le ormai gravi difficoltà respiratorie dell’anziano paziente colpito dal Parkinson erano strutturali e destinate a non migliorare. Apprendiamo che nei giorni successivi al rientro in Vaticano dopo il primo ricovero, avvenuto il 10 febbraio, si verificò «una ricaduta della nota patologia respiratoria con fasi alterne... Il quadro clinico si complicava per il rinnovarsi di episodi subentranti di insufficienza respiratoria acuta, causati da una già preesistente e documentata stenosi funzionale della laringe». Il 24 febbraio «si rese indilazionabile un secondo ricovero che avvenne verso le 11,50. Una nuova crisi era avvenuta la sera prima. All’ospedale i medici sottoposero il Papa ad una tracheotomia elettiva».
È noto che mentre il Pontefice rimase al Gemelli, dopo la tracheotomia, le sue condizioni apparvero in lento miglioramento.
Il 13 marzo il Papa rientrava in Vaticano: «L’assistenza medica era costantemente assicurata da una équipe vaticana composta da 10 medici rianimatori e 4 infermieri. Era stata attivata una completa attrezzatura e strumentazione per ogni esigenza tecnica». Nei giorni successivi proseguì la lenta ripresa resa difficile dalla deglutizione molto difficoltosa, dalla fonazione assai stentata, dal deficit nutrizionale e dalla notevole astenia. In quei giorni fu chiaro, anche all’opinione pubblica, che la salute del Papa andava inesorabilmente declinando. Lo dimostrano le brevi e mute apparizioni alla finestra di Giovanni Paolo II, sempre più in preda a movimenti e tremiti inconsulti e ormai incapace di formulare le parole.
Il 30 marzo «veniva comunicato che era stata intrapresa la nutrizione enterale mediante il posizionamento permanente di un sondino nasogastrico. Lo stesso giorno, mercoledì, si presentò alla finestra del suo studio e, senza parlare, benedisse la folla che attonita e dolente l’attendeva in piazza San Pietro. Fu l’ultima statio pubblica della sua penosa Via Crucis». Nel bollettino si continua a parlare di lenta ma progressiva «convalescenza», in realtà le condizioni del Pontefice sono gravi e mancano poche ore all’inizio dell’agonia.
Colpisce, poi, il racconto del giorno giovedì 31 marzo. «Poco dopo le 11 il Papa, che si era recato in cappella per la celebrazione, venne colto da un brivido squassante, cui seguiva una forte elevazione termica sino a 39,6. Quindi subentrava un gravissimo shock settico con collasso cardiocircolatorio, dovuto ad una accertata infezione alle vie urinarie... Veniva rispettata la sua volontà di rimanere nella sua abitazione».
La crisi che aveva fatto precipitare ormai irrimediabilmente le condizioni del Pontefice era avvenuta la mattina. Eppure nessun bollettino viene divulgato. Nelle redazioni la notizia di un aggravamento del Papa era rimbalzata la sera del 31 marzo e il portavoce vaticano aveva confermato il reale stato di salute di Wojtyla poco prima di mezzanotte. Giovanni Paolo II verrà sottoposto a diverse trasfusioni di sangue nel tentativo di sottrarlo allo shock settico, ma invano.
L’ultima frase del Papa viene pronunciata verso le 15,30 con voce debolissima e parola biascicata, in lingua polacca: «Lasciatemi andare alla casa del Padre». Alle 19 entra in coma e si spegne alle 21,37, mentre nella sua stanza viene celebrata la Messa della vigilia della Divina Misericordia.
Andrea Tornielli