I segreti delle Lepontine: l’altra faccia delle Alpi

Un autunno d’escursioni nel parco di Veglia-Devero prima della neve

Lorenzo Scandroglio

Immaginate due altopiani, le ampie are di templi a cielo aperto circondati da montagne come le gradinate di un anfiteatro, località alpine con molta neve d'inverno, fiori e pascoli verdeggianti d'estate, aghi dorati di larice in autunno. Di automobili neanche l'ombra. Se non ci riuscite con la fantasia potete aiutarvi con una gita dalle parti di Domodossola in provincia di Verbania. Stiamo parlando del Parco Veglia-Devero, cioè di un'ampia area protetta compresa fra le due alpi di Devero (mt. 1635 s.l.m., comune di Baceno) e Veglia (mt. 1700, comune di Varzo), luoghi magici e assoluti, dove si può accedere solo a piedi, anche se le automobili vi arrivano vicino. Le conche alpine che corrispondono alle due località si trovano alla testata delle Valli Divedro (Val Cairasca per la precisione) e Devero, e sono sovrastate dalle più alte vette delle Alpi Lepontine Occidentali: il Monte Leone, incombente sull'Alpe Veglia con i suoi 3552 metri, che fu scalato "per la prima volta per motivi strategico-militari da alcuni ufficiali svizzeri nel 1859" (Marco Fortis, "Dal Monte Leone al Basodino - Storia alpinistica delle Alpi Lepontine", Edizioni Grossi, 1994) è infatti la massima cima di questa sezione delle Alpi; il Cervandone invece, 3210 metri sul livello del mare, è la grande montagna dell'Alpe Devero, e fu scalato per la prima volta nel 1886 dall'anglo-americano Coolidge che, anche da queste parti, scrisse importanti pagine di storia dell'alpinismo.
Ora, se l'Alpe Veglia è irraggiungibile d'inverno per l'esposizione alle valanghe (fatta eccezione per gli sci alpinisti che vi arrivano da altri itinerari), l'Alpe Devero è abitata tutto l'anno. Amena ma non mondana località da sempre meta di certo escursionismo intelligente che fa dell'ascensione al monte una metafora dell'ascesi, cioè dell'elevazione spirituale e dell'arricchimento interiore, Devero si offre come scenario perfetto per le più svariate attività: durante i mesi invernali passeggiate con racchette nella neve fresca fra estesi boschi di larici, sci di fondo, snowboard fuori pista e tanto, tantissimo sci alpinismo; durante i mesi estivi alpinismo, arrampicata su massi, trekking fra lande fiorite delle più svariate specie botaniche alpine con tappa obbligata agli alpeggi ben forniti di formaggi tipici; l'autunno però è tempo di contemplazione, di graduale ritiro alla dimensione accogliente della baita, della locanda e del camino, mentre il paesaggio assume le più belle gradazioni di colori, dal rosso al giallo al tabacco, all'ultimo verde flebile ed effimero.
Durante tutto l'anno naturalmente, se proprio di faticare non se ne ha voglia, non è difficile abbandonarsi all'ozio, al camino invece che al cammino. E a proposito di riposo non mancano i locali accoglienti a gestione familiare che si annunciano a distanza con un gradevole profumo di legna arsa. A 25 minuti di cammino da Devero, in direzione dell'immancabile lago delle Streghe e del più grande Codelago (ampliato dalla costruzione di una diga), si trova un altro piccolo borgo, di nome Crampiolo (mt. 1767 s.l.m.) con altre locande e altrettanti incanti. Itinerari per un agevole trekking autunnale non mancano, dalla Val Buscagna con il Lago Nero al giro del lago di Codelago. Le traversate, benché classiche e indimenticabili, verso l'alpe Veglia o verso il Lago Vannino e il rifugio Margaroli, cominciano invece ad essere impraticabili, salvo agli esperti, considerati i passi ben oltre i duemila metri che bisogna attraversare. Infine, va detto, sulla piana dell'Alpe Devero si muovono personaggi del calibro di Dino Vanini e Tonino Galmarini, due vecchie guide piemontesi ancora attive dai trascorsi, e dal presente, gloriosi, che a loro modo hanno fatto la storia degli ultimi 30-40 anni di queste zone. Che, forse, ne incarnano il genius loci, veri e propri folletti tutelari del luogo. Non meno di queste leggende viventi merita la "Casa della Contessa", oggi in ristrutturazione, che è stato il centro gravitazionale di una ricchissima aneddotica da cui è scaturito l'omonimo romanzo, ironico e surreale, di Alberto Paleari, scrittore e guida alpina ossolana la cui notorietà, fuori dai confini territoriali, è attenuata solo dalla sua infinita discrezione.