I segreti e le bugie dei diseredati: è il cinema di Leigh

C'era un grande cinema, quello inglese, fra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta, che poi si ridusse a cinema americano ambientato in Inghilterra.
Quel cinema non era dei più attivi, ma era dei migliori: corrosivo, ma composto; comico, ma amaro; drammatico, ma non rassegnato. Fra Carol Reed e Anthony Asquith, Basil Dearden e Powell & Pressburger, David Lean e Charles Crichton, fino agli "arrabbiati" (Tony Richardson, Karel Reisz, ecc.). Poi cominciò il declino. Così la generazione che oggi è sui settant'anni, che ha per alfieri Ken Loach e Mike Leigh, nell'ultimo trentennio è parsa quella della rinascita. La rassegna che la Cineteca Italiana dedica a Leigh, che si apre mercoledì prossimo, prende così questo sottotitolo, «Il fiore della British Renaissance».
Proprio mercoledì, alle 21.15, allo Spazio Oberdan di via Vittorio Veneto 2 (tel. 02.77.40.63.00), si potrà vedere il miglior titolo recente di Leigh, Il segreto di Vera Drake (2004), premiato col leone d'oro alla Mostra di Venezia dopo non essere stato ammesso al Festival di Cannes. Un dettaglio che Leigh, ancora risentito per il rifiuto con Cannes, non mancò di far notare ricevendo il premio veneziano. Si noti che nel 1996 Leigh aveva vinto a Cannes con «Segreti e bugie» (in programma giovedì 8, h 21) la Palma d'oro...
Il clima di quel finale di Mostra, dove la giuria era presieduta da un altro inglese, John Boorman, fu dei più comicamente involontari, con la stampa italiana generalmente schierata per altri film in chiave «protezionista», che aveva deciso per un altro vincitore. Come se i premi li avessero dati i giornalisti e non i giurati. I quali, a cominciare da Boorman, andarono per la loro strada, premiando chi andava premiato. Evento non raro, ma nemmeno comune. Si pensi a ciò che è accaduto ai danni di The Changeling di Clint Eastwood ancora all'ultimo Festival di Cannes...Ma torniamo alle cose serie. L'Inghilterra di Leigh è quella dei diseredati. L'ambiente piccolo-borghese del recente La felicità porta fortuna - Happy-Go-Lucky (2007), non incluso nella rassegna, pare lussuoso in confronto a quello dei film precedenti. Si pensi a Tutto o niente (2002), in programma domenica 11 (h 21,30); ma anche a Naked (1993), premiato al Festival di Cannes per la regia e per il protagonista, David Thewlis, del più amaro dei film usciti per questo Natale, Il bambino col pigiama a strisce.
Leigh non ha però attori coi quali lavora costantemente, salvo Jim Broadbent e, meno frequentemente, Timothy Spall, che non sono precisamente dei giovanotti prestanti. Né Imelda Staunton (la mammana per generosità Vera Drake) è una ragazzina. Perciò ha colpito la svolta - se svolta è - verso la commedia di La felicità porta fortuna - Happy-Go-Lucky all'ultimo Festival di Berlino, con la trentenne Sally Hawkins, che venne premiata per l'occasione.
La «cifra» di Leigh resta comunque penitenziale, quella tipica dei grossi festival, dove i giornalisti ammessi devono mondarsi dalla colpa di essere al servizio della stampa padronale. Mostra quindi generalmente diseredati senza capacità di riscatto, ed è questa la differenza dalla cifra di Loach. Composte come sono di professionisti dello spettacolo i cui redditi sono quelli dei giornalisti elevati al cubo, le giurie abboccano spesso. Nel caso di Leigh c'è comunque una rara capacità professionale: lo si è visto quando finalmente ha deciso di assumere un tono diverso, forse consapevole, infine, che ai poveri piace vedere il mondo dei ricchi, almeno sullo schermo, che li illude di essere anche loro fra i privilegiati.