I segreti di superCannavaro: «Il cibo, il sonno e il sesso»

Il capitano è il vero leader di una difesa d’acciaio: «Avevo dentro tanta rabbia, la sto scaricando in campo»

Marcello Di Dio

nostro inviato a Duisburg

La forza dell’Italia? Una difesa d’acciaio. Lo dicono i numeri: un solo gol subìto e pochissimi rischi dalle parti di Buffon. Solo a Italia ’90, in un Mondiale costruito su misura per noi ma finito in semifinale con i rigori maledetti contro l’Argentina, la nostra retroguardia fece meglio: zero gol incassati nelle prime quattro partite del torneo. Per la verità, anche nel Mondiale di Messico ’70, si arrivò ai quarti con la porta «immacolata», ma allora la nazionale italiana aveva giocato solo tre partite.
Il segreto della nostra difesa blindata? L’affiatamento e lo stato di forma di alcuni elementi (Buffon e Cannavaro, compagni di squadra sin dai tempi del Parma), ma anche la condizione psicologica. Doveva essere l’Italia di Totti e forse dal rigore di Kaiserslautern potrà tornare ad esserlo. Per ora è stata l’Italia di Cannavaro, dei difensori e dei duri. Quelli che hanno «grossi attributi», come ha sottolineato il portiere bianconero. E tra questi c’era proprio capitan Cannavaro, terzo per presenze nella storia azzurra (97, che in caso di finale a Berlino diventeranno 100), dietro soltanto a due colonne della difesa azzurra e del calcio italiano, Dino Zoff e Paolo Maldini. Lo juventino è il leader di una squadra che ha nella difesa la sua virtù principale, il punto di riferimento di tutti i compagni: a Kaiserslautern è stato il primo a incoraggiare Barzagli, entrato in campo a freddo dopo l’ingiusta espulsione di Materazzi. «Gli ho detto: tranquillo Andrea, perché ora ci divertiamo, sono queste le partite belle da giocare. Mi ha guardato un po’ male, forse ha pensato che ero impazzito». Questo è Cannavaro, camaleontico nell’abituarsi a un compagno diverso in quattro partite senza mai sbagliare un colpo: prima quello di sempre, Alessandro Nesta, fermato da una distrazione muscolare alla coscia destra (oggi risonanza magnetica ed ecografia, ma il recupero per i quarti appare impossibile, come confessa il professor Castellacci); poi Marco Materazzi, penalizzato da un rosso frettoloso; infine il «giovane» (ha già 25 anni, ma solo otto presenze in azzurro) Andrea Barzagli, il quarto della lista diventato improvvisamente secondo. «Quando giochi al fianco di uno come Cannavaro, sai che se sbagli lui può recuperare, è mostruoso», gli elogi del «bambino» al «vecchio», solo per esperienza, non per età.
Fabio Cannavaro è il ritratto della salute, il vero fenomeno del Mondiale, come dice il suo amico Buffon. Ma anche campione di sentimenti: mentre celebra in conferenza stampa la sua quarta partita consecutiva da migliore in campo degli azzurri, sbianca in volto per la notizia del dramma di Pessotto, interrompe le domande e se ne va sconvolto. Prima aveva fatto uno show, parlando anche del segreto delle sue grandi prestazioni. Senza giri di parole. «Il mio segreto? Dovrei dirvi che sono due anni che sto allenandomi meglio, sto bene e sono sereno. Ma la verità è che ho accumulato tanta rabbia prima del mondiale... sfogarla qui mi viene naturale». A 33 anni, in un calcio in cui si gioca tanto, lui ha presenze da record. E al Mondiale sfodera quattro prestazioni eccezionali. Cannavaro sorride e spiega: «Alimentazione sana, sonno e sesso». Una frase detta con un sorriso tutto napoletano. «L’alimentazione è importantissima, è la benzina che ti serve per andare avanti. Il sesso? Ne faccio poco, ma quel poco fa bene. Non bevo e non fumo, unico strappo la Coca-Cola...». Risate in sala, il capitano azzurro sembra divertito. Gli deve sembrare un sogno essere qui a prendere complimenti da tutti, dopo che molti alla vigilia del mondiale chiedevano gli fosse tolta la fascia di capitano della nazionale. «Sono cose che mi hanno fatto pensare. Io sono cresciuto con valori importanti nel calcio e nella vita: sentirli messi in discussione mi ha dato fastidio. E l’uomo che sono lo dimostro in campo, quella è la cosa che mi riesce meglio». Il fastidio è la sensazione che ha provato anche verso chi ha parlato di fortuna della nazionale di Lippi. «L’Australia ha fatto due tiri in porta, noi abbiamo avuto sette occasioni per passare. Loro hanno giocato un tempo in 11 contro dieci per una decisione sbagliata dell’arbitro. E noi saremmo stati fortunati...?». E sulla mancata presenza dei «politici» italiani, tranne il presidente del Coni Petrucci dice: «Buon per chi ci ha seguito, gli altri si sono persi qualche cosa». Non ha più voglia di scherzare, il sorriso sparisce quando arriva la notizia di Pessotto. O «Pessottino», che definisce «l’uomo più buono del mondo».
A pochi metri di distanza fa da contraltare la gioia di Barzagli. Che venerdì sarà di nuovo in campo, dall’inizio. E di fronte avrà Shevchenko. Quando Lippi gli ha chiesto di riscaldarsi per entrare sul terreno di gioco, non ha capito più niente: «In quel momento ho avuto una gran sensazione di confusione. Cannavaro mi ha tranquillizzato, ma la prima palla di testa su Viduka non l’ho presa. Dopo è andato tutto bene, i compagni mi chiamavano, mi incitavano spesso». Con verve toscana contesta l’espulsione di Materazzi, che pure ha significato il suo debutto mondiale: «Non c’era, qui in Germania sta diventando peggio che in Italia, se uno si butta fischiano subito. C’era invece il rigore su Grosso, sapevo che Fabio quelle cose le fa, rientra con il sinistro e può saltare il difensore». Perché la difesa, anche quella dei compagni di squadra, è l’arma in più degli azzurri.